L’oro è in volo da tempo, e le sue quotazioni, sia a livello stock che sotto il profilo dei titoli ad esso associati, non conoscono freno nella loro corsa al rialzo. Nelle scorse settimane avevamo parlato di una vera e propria “febbre dell’oro” in riferimento al fatto che a innescare l’aumento dei prezzi del nobile metallo non era solo la sua funzione di bene rifugio, comunque intensa in un frangente caratterizzato da tensioni commerciali e geopolitiche, ma anche la valorizzazione del suo ruolo di prodotto di investimento in relazione ai titoli i cui rendimenti sono stati ridotti dal ritorno al “Qe globale”.

E il fatto che i fondi Etf, i quali mantengono un portafoglio pressoché fisso affidandolo alle ciclicità del mercato scommettendo sulla bassa rischiosità degli asseti, avessero iniziato a negoziare oro in misura crescente dà un’idea delle attese sui futuri rendimenti dell’oro, attesi continuamente in ascesa. Ma alla “corso all’oro” non hanno partecipato solo i fondi privati. Anche numerose banche centrali stanno immagazzinando consistenti quantità del metallo nobile, contribuendo a un rincaro dei prezzi che il 14 giugno ha visto il raggiungimento di una quotazione record da 14 mesi, con l’oro assestato a 1.359 dollari l’oncia.

Come sottolinea La Stampa, “le banche centrali nei primi tre mesi del’ anno hanno effettuato acquisti netti di oro per 145,5 tonnellate, il 68% in più dell’ anno prima, per una spesa di circa 6 miliardi di dollari. È il volume più alto, per quanto riguarda il primo trimestre, registrato dal 2013 in avanti, quando gli acquisti netti furono di 179,2 tonnellate. Protagonista è stata la Russia che ha aggiunto alle sue riserve 55,3 tonnellate, mentre dall’altro lato continua a vendere titoli di Stato americani. Forti gli acquisti anche da parte della Cina (33 tonnellate nel primo trimestre) che dopo una pausa di due anni da dicembre ha ricominciato a comprare il prezioso metallo. E poi India, Kazakistan, Qatar, Colombia a guidare la pattuglia delle banche centrali sul mercato”. Russia e Cina mirano a rafforzarsi in campo aurifero per proseguire sulla strada della diversificazione dei loro asset e gradualmente de-dollarizzare i loro portafogli d’investimento, mentre al contempo altri Paesi puntano ad accumulare oro come controparte per momenti economici difficili, come asset strategico per inserirsi nei mercati finanziari globali o semplicemente per incentivare quello che è ritenuto un circolo virtuoso di aumento dei prezzi e del rendimento implicito del possesso di oro.

Nei prossimi mesi, secondo una ciclica legge di alternanza, la natura di bene d’investimento dell’oro potrebbe nuovamente essere sorpassa dalla funzione di bene rifugio. La crisi Usa-Iran, il braccio di ferro commerciale tra Washington e Pechino, l’instabilità delle valute dei Paesi emergenti concorrono a lasciar presagire un nuovo boom dei beni rifugio. E per l’oro la soglia da tenere d’occhio è quella dei 1.400 dollari l’oncia, oltre cui si apre un territorio inesplorato di possibili boom del prezzo. Non a caso il trader Paul Tudor Jones ha affermato che superati i 1.400 dollari l’oncia l’oro potrà arrivare velocemente fino ai 1.700. E molto dipenderà da quanto le banche centrali decideranno di puntare sull’oro in una fase in cui la corsa all’acquisizione di una massa crescente di risorse del nobile metallo è sempre più intensa.

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