Che la nuova Commissione europea a guida Ursula von der Leyen abbia l’obiettivo di potenziare l’integrazione industriale in ambito militare, proseguendo da quanto avviato nel corso della scorsa legislatura, è noto.

A dimostrazione di ciò vi è anche la creazione della Direzione generale per la Difesa e lo Spazio, affidata al commissario per il Mercato Interno Sylvie Goulard, ex-ministro della Difesa francese. Anche la recente pubblicazione da parte della Corte dei conti europea di una relazione dettagliata sulla “Difesa europea” conferma ulteriormente la volontà di aumentare l’integrazione in questo delicatissimo ambito. A rendere complicato e intricato questo percorso ci sono degli ostacoli, quasi, insormontabili di carattere politico, strategico ed economico. Se le questioni politico-strategiche possono essere risolte tramite trattative per giungere a un compromesso su quelle che dovrebbero essere le priorità’ in ambito militare, per quel che riguarda le questioni economiche le difficoltà sembrano decisamente maggiori e si incrementeranno quando (e se) il Regno Unito completerà il processo di uscita dall’Unione Europea.

Diminuzione dei finanziamenti

Uno degli effetti principali della Brexit, infatti, potrebbe essere quello di rallentare le politiche Ue, specialmente perché il governo di Londra è quello che investe più risorse per la Difesa, raggiungendo circa 45 miliardi di sterline (circa 50,77 miliardi di Euro). Dati che fanno del Regno Unito il Paese che spende di più per la Difesa in Europa, tant’è che nel 2017 il bilancio di Londra rappresentava un quarto della spesa totale dei membri Ue. Non solo però, perché la principale azienda della difesa “europea” per fatturato è la britannica Bae Systems che nel 2018, stando ai dati raccolti da Defense News, ha fatturato quasi il doppio rispetto allo stesso settore di Airbus. Mentre per quel che riguarda i motori Rolls-Royce in Europa la fa da padrona dominando la scena.

La Brexit quindi, come viene sottolineato nel rapporto della Corte dei conti europea, porterà con sé una serie di potenziali squilibri nelle industrie della Difesa, ma soprattutto creerà un vuoto economico difficilmente colmabili dai Paesi dell’UE. Questo significa che se per il periodo 2021-2027 la Commissione ha proposto di incrementare la dotazione del Fondo Europeo della Difesa (Edf, European Defense Fund) da 590 milioni a 13 miliardi di Euro, senza il Regno Unito i restanti 27 Paesi Ue dovranno aumentare la loro partecipazione finanziaria. Il concreto rischio è che il progetto per un’industria della Difesa comune partirà con una mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo, fondamentali per rimanere al passo con le innovazioni tecnologiche del futuro.

Contrapposizione tra due assi

I problemi non sono solamente legati agli investimenti, perché anche il mercato del Regno Unito non è da sottovalutare essendo uno dei principali su scala globale, specialmente per l’italiana Leonardo che ha in Gran Bretagna circa 7mila dipendenti e svariati impianti di produzione e manutenzione. Una dimostrazione anche della vicinanza politico-industriale tra Italia e Regno Unito, ulteriormente riaffermata dalla partecipazione italiana al programma dell’aereo di sesta generazione Tempest, in contrapposizione all’Fcas franco-tedesco.

L’impatto della Brexit potrebbe aumentare la frammentazione e le divisioni tra i due assi dell’industria della Difesa europea, provocando l’egemonia di Francia e Germania sui fondi stanziati dall’Edf. Chi ne potrebbe risentire maggiormente sarebbe proprio l’Italia che si troverebbe di fronte a un bivio: proseguire nei rapporti con un Paese extraeuropeo o fare da sparring partner a Parigi e Berlino. Non c’è solamente l’equilibrio politico sul piatto, perché le industrie del Regno Unito collaborano con quelle europee in molti settori della Difesa, tra cui quello elettronico, elicotteristico e missilistico. Perdere la possibilità di cooperare con l’industria britannica potrebbe essere un’arma a doppio taglio per l’Europa perché la netta diminuzione di investimenti in ricerca e sviluppo, combinata con la polarizzazione di tutte le iniziative intorno al duo Francia-Germania, rischia di far perdere di credibilità l’Unione Europea in ambito militare.

Il futuro

Per l’Europa, ma soprattutto per i principali Paesi dell’Ue la Brexit sarà un bivio importantissimo per il futuro e li obbligherà ad aumentare i fondi destinati alla Difesa, soprattutto per la ricerca e sviluppo necessaria per rimanere competitivi. Ma l’uscita dall’Unione Europea del Regno Unito difficilmente condurrà verso una maggiore integrazione dell’industria della difesa dei 27 Paesi rimanenti. A dimostrarlo vi è la divisione tra il programma Tempest e l’Fcas, sul quale già stanno venendo fuori le prime difficoltà dovute agli scarsi finanziamenti e alle reticenze di molti parlamentari tedeschi. Un “inizio” non proprio entusiasmante del progetto principale dell’industria “europea”.

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