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Huawei ha ribadito di essere a tutti gli effetti un’azienda privata. Il suo fondatore, Ren Zhengfei, ha più volte dichiarato che no, il governo cinese non influenza in alcun modo le strategie di mercato del colosso di Shenzen. Il signor Ren, pur supportando il Partito Comunista cinese, ha specificato infatti che “non esiste nessuna connessione tra le mie convinzioni politiche e il business di Huawei”. Eppure, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, durante l’ascesa che l’ha portata a diventare un colosso mondiale delle telecomunicazioni, Huawei avrebbe ricevuto direttamente da Pechino la bellezza di 75 miliardi di dollari. Di questi presunti aiuti statali, prosegue il quotidiano americano, 46 miliardi sarebbero stati ricevuti dall’impresa sotto forma di prestiti e finanziamenti vari, 30 miliardi dei quali in linee di credito messe a disposizione dalla China Development Bank (Cdb) e da Export-Import Bank of China. Non è finita qui perché queste banche avrebbero concesso prestiti ai clienti Huawei nei Paesi in via di sviluppo al 3%, ovvero chiedendo la metà del tasso di riferimento quinquennale della Cina dal 2004. Come se non bastasse, nel periodo compreso tra il 2008 e il 2018, Huawei avrebbe risparmiato 25 miliardi di dollari di tasse grazie agli incentivi del governo cinese per promuovere il settore e incassato, dal 2008, 1,6 miliardi di sovvenzioni “per ricerca e sviluppo”. Recentemente l’azienda avrebbe poi acquistato a prezzo stracciato alcuni lotti di proprietà statale sui quali edificare il nuovo campus di Songshan Lake.

La storia di Huawei

L’azienda cinese, colpita nell’orgoglio, ha subito risposto con un lungo ma dettagliato comunicato. Intanto il rapporto di Huawei con il governo cinese “non è diverso da quello di qualsiasi altra società privata che opera in Cina”. Questo significa che la creatura del signor Ren, proprio come le altre aziende tecnologiche presenti oltre la Muraglia – comprese quelle provenienti dall’estero – “ha policy interne che permettono di ottenere un certo sostegno da parte del governo cinese”. Tuttavia “l’impresa non ha mai ricevuto alcun trattamento aggiuntivo o speciale”. Huawei è stata fondata nel 1987 da Ren Zhengfei, un ingegnere dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese. Inizialmente l’azienda produceva centraline telefoniche mentre oggi è diventata la prima fornitrice di apparecchiature, servizi e software per le attuali reti cellulari 4G e per quelle future inerenti al 5G. I numeri della società sono impressionanti, visto che Huawei ha fin qui firmato più di 50 contratti sparsi in tutto il mondo, e che a ottobre 2019 ha venduto oltre 200 milioni di smartphone, conquistando la seconda posizione alle spalle di Samsung ma davanti ad Apple.

L’azienda respinge ogni accusa

La difesa di Huawei è chiara e punta a screditare un articolo che si è “basato su informazioni false e conclusioni affrettate, non corrette”. Il cuore del discorso, continua la nota dell’azienda, è che “il successo di Huawei è il risultato di 30 anni di grandi investimenti nella ricerca e sviluppo, di lavoro e dedizione alle esigenze dei suoi clienti, di attenzione per i suoi 190 mila dipendenti”. Huawei sarebbe dunque una società “interamente privata” e di “proprietà dei suoi dipendenti”. Sarà anche vero, ma gli Stati Uniti, per fugare ogni dubbio, hanno inserito il colosso di Shenzen nella cosiddetta Entity List, cioè la lista nera americana delle società straniere che possono acquistare tecnologia made in Usa solo se in possesso di un permesso speciale. Sempre meglio essere sicuri, avranno pensato in quel di Washington.

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