La Cina ha fatto sapere di voler aumentare la prospezione interna e costruire riserve strategiche per garantirsi l’approvvigionamento di energia e risorse minerarie chiave. In particolare, Pechino avvierà “un nuovo ciclo di operazioni di prospezione interna, concentrandosi su minerali sfusi strategici che scarseggiano”, ha informato Wang Guanghua, ministro delle Risorse Naturali, nel corso di un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Xinhua.

Tutto questo rientra in un piano ben più ampio formato da due appendici: rendere la Repubblica Popolare Cinese indipendente dall’estero per quanto riguarda l’approvvigionamento di molteplici risorse strategiche – dai suddetti minerali ai metalli rari, dal cibo ai medicinali – e, soprattutto, fare in modo che il Paese possa scongiurare ogni possibile rischio di carenza. A maggior ragione adesso, in un periodo di inasprimento delle tensioni internazionali, con la guerra in Ucraina ancora in atto e altre scintille, per lo più asiatiche, che potrebbero dare vita ad ulteriori conflitti.

Bloomberg ha sottolineato che il più grande consumatore mondiale di metalli, la Cina appunto, implementerà progetti per rafforzare le sue riserve strategiche e garantire la sicurezza dell’approvvigionamento a lungo termine, oltre ad ottimizzare ulteriormente gli incentivi per incoraggiare il capitale privato a partecipare all’esplorazione e alla prospezione.

I prezzi globali delle materie prime, tra cui minerale di ferro, petrolio e rame, sono schizzati alle stelle in seguito allo scoppio della guerra tra Mosca e Kiev, e questo comporta enormi rischi per la sicurezza cinese. Ma se Pechino si attiverà per mettere le mani su quante più risorse strategiche possibile, il rischio è che il blocco occidentale – leggi Stati Uniti ed Europa – possa subire le conseguenze indirette di un simile atteggiamento. E, va da sé, restare a secco, o peggio, dipendere dalla Cina stessa ancor più rispetto agli anni passati.



Gas e petrolio: la Cina a caccia di risorse

La Cina ha effettivamente intensificato l’attività mineraria nazionale per ridurre la dipendenza dalle importazioni. All’inizio della pandemia, Pechino ha addirittura considerato di aumentare le sue enormi riserve statali di petrolio greggio, metalli strategici e prodotti agricoli per resistere alle interruzioni dell’approvvigionamento che avrebbero potuto paralizzare la sua economia.

Non è un caso che il Dragone abbia già costruito inventari statali di energia e minerali importanti, tra cui petrolio, rame, alluminio e zinco, e che si stia espandendo in quelli fondamentali per il boom dei veicoli elettrici, come il cobalto. Il Ministero delle Risorse Naturali ha inoltre sottolineato la necessità di facilitare la legislazione sulla protezione dei terreni agricoli, in quanto il governo ha fissato l’obiettivo di mantenere la sua superficie agricola a circa 124 milioni di ettari dal 2021 al 2035. 

La punta dell’iceberg dell’esigenza cinese di accumulare quante più risorse possibili coincide probabilmente con il consolidamento dell’”amicizia senza limiti” con la Russia di Vladimir Putin. All’inizio del 2022, i due Paesi, vantavano intese siglate nel campo dell’oil and gas dal valore di 117,5 miliardi di dollari (una quota destinata sempre più ad aumentare, probabilmente in un gioco a somma zero con l’Europa), oltre a un interscambio complessivo relativo al 2021 di 146,8 miliardi di dollari (in crescita rispetto ai 107,8 miliardi del 2020 e ai 65,2 del 2015).

Sul fronte petrolifero, il gigante russo Rosneft, guidato da Igor Sechin, ha firmato un accordo con la compagnia cinese CNPC per fornire 100 milioni di tonnellate di oro nero alla Cina attraverso il Kazakhstan da qui ai prossimi dieci anni, estendendo, di fatto, un’intesa esistente. Valore dell’operazione: circa 80 miliardi di dollari, stando a fonti russe.

Sul gas, invece, Gazprom si è impegnata a trasmettere ai cinesi di CNPC 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas attraverso una rotta dell’Estremo oriente russo, prevedendo di aumentare le esportazioni di gas verso la Cina fino ad arrivare a 48 miliardi di metri cubi annui (ma non è dato sapere entro quando; secondo i piani precedenti, la Russia avrebbe dovuto fornire alla Cina 38 miliardi di metri cubi entro il 2025).

La Russia inviava già gas alla Cina tramite il suddetto Power of Siberia, che ha iniziato a pompare rifornimenti di gas naturale liquefatto nel 2019, e che, nel solo 2021, ha esportato oltre la Muraglia 16,5 miliardi di metri cubi tra gas e gas liquido. Considerando che il prezzo medio di mille metri cubi di gas si aggira intorno ai 150 dollari, l’ultimo patto siglato tra Putin e Xi – a lungo termine, per una durata di 25 anni – potrebbe avere un valore di circa 37,5 miliardi di dollari.

Gli ultimi accordi diplomatici

Vale la pena accendere i riflettori sugli ultimi accordi diplomatici siglati dalla Cina. In Afghanistan, il governo talebano ha firmato un contratto con un’azienda cinese per estrarre petrolio dal bacino dell’Amu Darya e sviluppare una riserva petrolifera nella provincia settentrionale di Sar-e Pul. Il contratto è stato firmato giovedì dal ministro afghano ad interim delle Miniere e del Petrolio, Sheikh Shahabuddin Delawar, e da un funzionario della Xinjiang Central Asia Petroleum and Gas Co (CAPEIC), in una cerimonia tenutasi nella capitale Kabul.

Delawar ha affermato che, in base all’accordo, la compagnia cinese estrarrà petrolio da un’area che copre complessivamente 4.500 chilometri quadrati, nelle province settentrionali di Sar-e Pul, Jawzjan e Faryab. “Oltre 3.000 persone locali troveranno lavoro in questo progetto”, ha aggiunto il ministro. CAPEIC investirà fino a 150 milioni di dollari all’anno per i prossimi 25 anni.

Massima attenzione, inoltre, all’incontro avvenuto a Pechino tra Xi Jinping e il presidente filippino, Ferdinand Marcos Jr. Cina e Filippine hanno siglato 14 accordi di cooperazione e, nel Mar Cinese Meridionale, i due governi hanno espresso la volontà di riaprire il dialogo sull’esplorazione congiunta del bacino marittimo. Obiettivo: ricerca di petrolio e gas.

La Cina è inoltre intenzionata a rafforzare la sua cooperazione con il Turkmenistan in materia di energia, ha invece dichiarato Xi nel corso dell’incontro avuto con l’omologo turkmeno, Serdar Berdymukhamedov, sempre a Pechino. Secondo i dati doganali cinesi, nei primi 11 mesi del 2022, il gigante asiatico ha importato gas turkmeno per 9,3 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 6,79 miliardi di dollari pagati nell’intero 2021.

Nel frattempo, il Dragone è lieto di inaugurare una nuova era nelle relazioni tra Cina e Brasile, con Luiz Inacio Lula da Silva nuovo presidente del Paese sudamericano. Dal 2009, la Repubblica Popolare è la principale destinazione delle esportazioni brasiliane, per lo più legate all’agroalimentare, nonché un’importante fonte di importazioni.

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