Sembrano appartenere alla preistoria gli anni in cui gli Stati Uniti dipendevano in campo energetico dall’esportazione di risorse energetiche prelevate dal Medio Oriente. Eppure, quest’evento spartiacque è molto più recente di quanto non si possa immaginare.

Come ricorda Il Sole 24 Ore, oggi gli Usa sono il primo Paese al mondo nella produzione di greggio e di gas naturale; un vantaggio non da poco nella sfida energetica contro i rivali cinesi. Già, perché la Cina, con i suoi 1,4 miliardi di abitanti, è il primo consumatore mondiale di energia.

In altre parole, Washington e Pechino sono perfettamente complementari: una ha risorse a volontà (almeno per il momento), l’altra ne ha estremo bisogno.

La logica vorrebbe che due superpotenze del genere si accordassero per sancire una partnership commerciale sulle fonti energetiche capace di accontentare entrambe le parti. La guerra dei dazi ha tuttavia rovinato i piani. Ma forse qualcosa sta cambiando.

Usa e Cina: due Paesi complementari

L’intesa sulla Fase uno è un piccolo segnale distensivo che riapre la partita. Tra le condizioni dell’accordo, Pechino dovrà acquistare dagli statunitensi 52,4 miliardi di dollari di energia.

La Cina ha bisogno di petrolio e gas per continuare a crescere economicamente, per sviluppare ulteriormente il proprio sistema economico e per incrementare la produzione industriale di energie. Dal canto suo gli Stati Uniti hanno la necessità di vendere gas, petrolio e tutte le altre materie prime petrolchimiche.

Esiste sui mercati mondiali un cliente migliore del Dragone? Probabilmente no, perché l’ex impero di Mezzo è enorme, ha voglia di investire e ambisce a crescere sempre di più.

Molti leader cinesi hanno provato ad acquistare le risorse energetiche da Russia, Qatar e Australia ma è molto più conveniente tendere la mano al governo americano. Da questo punto di vista, l’intesa firmata tra Trump e la delegazione cinese guidata dal vicepremier Liu He ridisegna il risiko della politica energetica mondiale.

Verso nuovi accordi energetici?

Stando i dati dell’American Petroleum Institute, nel 2019 la Cina ha importato il greggio da 45 Paesi differenti; la metà delle forniture è arrivata da Russia, Arabia Saudita, Angola, Iraq e Oman.

Come detto, il Dragone si è impegnato ad acquistare dagli americani una cinquantina di miliardi di prodotti energetici.

Gli Stati Uniti proveranno a rimpiazzare i 200mila barili al giorno che i cinesi acquistano dall’Iran, violando le sanzioni imposte dagli Usa su Teheran. L

’arma economica dalla quale Washington spera di incassare diversi denari si chiama Lng, cioè gas naturale liquefatto. Questo materiale può essere compresso ed esportato con le navi. Al momento Qatar e Australia sono i leader assoluti del mercato ma, da qui ai prossimi cinque anni, gli Stati Uniti sperano di raggiungere la vetta della classifica. Il clima di distensione creato tra Usa e Cina è ideale per consentire al Dragone di investire nel mercato energetico statunitense.

Prima che scoppiasse il putiferio dei dazi, nel febbraio 2018, la China National Petroleum Corporation (Cnpc) e la Cherniere Energy americana stipularono un accordo per l’acquisto di un totale di 1,2 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto esteso per un lasso di tempo ventennale. Gli affari sembravano andare a gonfie vele per tutti, almeno fino a quando le tensioni commerciali scoppiarono del tutto.

Adesso non è da escludere che intese del genere possano di nuovo prosperare, seppur in maniera graduale e progressiva.

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