Nubi oscure aleggiano sopra i cieli della Cina. Questa volta non c’entra l’inquinamento ma una situazione economica da tenere sotto controllo. Più di quanto Pechino voglia lasciare intendere. Certo, non ha ancora senso parlare di crisi, ma anche la narrazione di Xi Jinping è cambiata. Il presidente cinese ha fiutato l’aria pesante e ha richiamato i membri del Partito all’ordine. Vietato fare passi falsi a tutti i livelli istituzionali.

Gli ostacoli del Dragone

Perché la Cina si trova in questa condizione? No, non è tutta colpa della guerra dei dazi. Questa, semmai, è una causa che ha aggravato una crisi che ha radici ben più profonde e radicate nel tempo. Nel 2018 l’economia cinese ha dovuto fare i conti con il rallentamento della crescita economica che, come un effetto domino, si è abbattuta sulle imprese. Le insolvenze dei titolo obbligazionari societari sono quadruplicate (siamo circa a quota 16 miliardi di dollari). I fallimenti accertati dalla Corte suprema cinese, invece, sono stati 6646. Insomma, i problemi strutturali della Cina si stanno facendo sentire e per uscire dall’impasse potrebbero presto arrivare delle riforme. Ecco: se aggiungiamo gli strascichi delle tariffe imposte da Washington il quadro è completo. E per Pechino non può certo essere idilliaco.

Imprese in difficoltà

Il Dragone è talmente grande che fatica a fallire, e anzi continua a crescere. Too big too fail, direbbero gli economisti. Analizzando però i dati del rapporto stilato da Coface, società leader nell’assicurazione del credito, si notano diverse criticità. L’anno scorso il 62% delle 1500 imprese cinesi oggetto di analisi ha registrato ritardi di pagamento, mentre il 40% ne ha dichiarato l’aumento. Per sostenere le attività le aziende hanno quindi dovuto posticipare i pagamenti. I settori più colpiti sono tre: edilizia, auto e tecnologie dell’informazione e della comunicazione. In molti casi, quando i ritardi superano i 180 giorni significa che la liquidità delle aziende è a rischio e il fallimento è dietro l’angolo.

Governi locali travolti dai debiti

I governi locali se la passano ancora peggio delle imprese. Le amministrazioni devono infatti finanziare i progetti di costruzione imposti dal governo centrale e, non avendo sufficiente denaro in cassa, si indebitano fino al collo. Per evitare di annegare, queste istituzioni ricorrono in continuazione a nuovi prestiti per rimborsare il debito, arrivato ormai a livelli insostenibili. Il ministero delle Finanze cinese ha quantificato il debito dei governi locali in 18,4 miliardi di yuan, cioè 2,77 miliardi di dollari. Questo significa il 20% del Pil nominale del Paese. Una parte del debito appartiene al governo centrale, è vero, ma il valore è comunque altissimo. Altri studi affermano che il vero livello del debito pubblico in Cina potrebbe aver raggiunto il 92% del Pil nel 2017.

Rivoluzione nel settore high-tech

L’ultima spina nel fianco del governo di Xi Jinpingriguarda il settore high-tech. Il fiore all’occhiello della Cina del futuro. La fiducia degli investitori è bassa, tanto che alcuni di loro prevedono il fallimento del 90% delle start-up tecnologiche cinesi da qui ai prossimi anni. Il mercato cinese è ormai così grande che non ha pietà per le società in difficoltà. La concorrenza è alta e chi annaspa, finisce in fondo al fiume. Le start-up più innovative si affidano alla rapida crescita della Cina, che però come abbiamo visto sta subendo contraccolpi. In poche parole si sta consumando un processo di selezione naturale, dal quale usciranno integre soltanto i soggetti con una vera tecnologia di punta e che abbiano i conti in ordine. I Bat (Baidu, Alibaba e Tencent) hanno già cannibalizzato il mercato. Gli altri verranno spazzati via senza pietà.

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