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Utilizzare la Nuova Via della Seta per costruire 30 centrali nucleari al di fuori dei propri confini nazionali: un incontro tra funzionari politici e committenti energetici ha fatto intravedere le possibili intenzioni della Cina. Pechino, da quanto trapelato, avrebbe addirittura già individuato 41 Paesi aderenti alla Belt and Road Initiative (Bri) che potrebbero ospitare gli impianti cinesi. Gli Stati Uniti, da sempre sospettosi del progetto economico infrastrutturale cinese, ora si ritrovano tra le mani una prova che potenzialmente mette al muro le ambizioni del Dragone.

Sfruttare la Belt and Road Initiative

Tutto nasce da una dichiarazione di Wang Shaulin, uno degli esponenti di punta della Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese (Cppcc), cioè l’organizzazione che racchiude le istanze dei partiti cinesi guidati dal Partito Comunista Cinese, che ha rivelato suo malgrado un’indiscrezione potenzialmente esplosiva. La Cina, come ha riportato Reuters, potrebbe sfruttare i rapporti instaurati con i vari membri della Briper convincere i governi stranieri a ospitare sul loro suolo centrali nucleari battenti bandiera di Pechino. Stando a quanto riportato dal sito cinese Bjx, Wang ha già stilato una lista di 41 Paesi facenti parte della Nuova Via della Seta che possiedono o stanno per approvare l’utilizzo dell’energia nucleare.

Investire sull’energia nucleare

Con una simile operazione la Cina potrebbe creare fino a cinque milioni di posti di lavoro, almeno a giudicare dalle prime stime; inoltre se Pechino dovesse stipulare contratti riguardanti progetti nucleari collegati alla Nuova Via della Seta, potrebbe incassare la bellezza di 150 miliardi di dollari entro i prossimi 10 anni. Fino a oggi hanno aderito direttamente alla Bri 60 Stati, anche se il Dragone ha intenzione di finanziare la costruzione di nuove infrastrutture in altri 80 Paesi. Quali sono i siti più papabili in cui il Dragone potrebbe costruire i propri impianti o esportare energia nucleare? Difficile dirlo, anche se alcuni ipotizzano Egitto, Kenya e Arabia Saudita, ma anche Pakistan e Thailandia. L’obiettivo della Cina non è puntare sul nucleare in chiave militare, ma creare una corsia preferenziale per esportare la propria sovrapproduzione tecnologica e industriale. Intanto, da qui al 2030, il gigante asiatico costruirà in patria dai 6 agli 8 nuovi impianti nucleari ogni anno.

La strategia cinese spaventa Washington

La Cina deve sfruttare al meglio le opportunità offerte dalla Bri e al contempo sostenere, sia dal punto di vista finanziario che politico, il suo settore nucleare. Un rapporto ufficiale del Cppcc ha sottolineato come “uscire al di fuori dei confini cinesi con l’energia nucleare” sia diventato “una strategia statale”. Le esportazioni cinesi di energia nucleare aiuteranno Pechino da un lato a migliorare il commercio, dall’altro a liberare la capacità produttiva del Paese. Gli Stati Uniti non credono tuttavia alla spiegazione citata; secondo Washington la Cina starebbe cercando di incrementare la produzione di energia nucleare per fini militari. D’altronde il braccio di ferro fra la Casa Bianca e Pechino riguarda ormai ogni settore, dal commerciale al tecnologico, dallo scientifico al manifatturiero: figurarsi se un tema sensibile come il nucleare poteva non far parte del testa a testa sino-americano.

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