L’Iraq ha siglato un accordo quinquennale con un’azienda statale cinese, con tutta probabilità la Zenhua (parte del conglomerato Norinco, attivo nel settore della Difesa), per la fornitura di petrolio in cambio del pagamento anticipato di due miliardi di dollari. L’intesa risulta vantaggiosa per la controparte cinese, che si è riuscita ad assicurarsi 48 milioni di barili di petrolio al mese, sino al dicembre del 2025, ad un prezzo ribassato e proprio mentre il mercato energetico iniziava a mostrare segnali di ripresa. Baghdad, invece, non naviga in buone acque ed il pagamento anticipato si è reso necessario per rimpinguare le casse statali.

Il ruolo di Pechino

La crisi energetica globale provocata dalla pandemia ha avuto pesanti ricadute sull’Iraq. Il sistema produttivo della nazione mediorientale dipende dall’industria petrolifera, che contribuisce alla formazione del 60 per cento del prodotto interno lordo del Paese. L’oro nero costituisce il 99 per cento delle esportazioni irachene ed il 90 per cento delle entrate statali.

Il Paese, che fatica a riprendersi dalla lunga guerra combattuta contro lo Stato Islamico, ha un disperato bisogno di liquidità e questa condizione lo porta a svendere le proprie risorse per cercare di sopravvivere. Il valore degli scambi bilaterali tra Cina ed Iraq aveva raggiunto, come ricordato da Silk Road Briefing, i 30 miliardi di dollari nel 2018. Pechino è il principale partner commerciale di Baghdad mentre l’Iraq è il secondo maggiore fornitore di petrolio della Cina. Nell’ottobre del 2019 il primo ministro iracheno aveva annunciato l’adesione del proprio Paese alla Nuova Via della Seta, un’iniziativa commerciale su scala globale fortemente voluta da Pechino ed in grado di rafforzare il predominio dell’economia cinese in alcune aree strategiche del mondo, come il Medio Oriente. La Repubblica Popolare Cinese ha mostrato un certo interesse anche per la Regione Autonoma del Kurdistan. Diverse compagnie cinesi attive nel settore petrolifero, in quello delle costruzioni e delle telecomunicazioni hanno espanso le proprie attività in quest’area intraprendendo progetti multimilionari e siglando contratti con il governo di Erbil.

Mosca non è rimasta a guardare

La Cina non è l’unica superpotenza a voler rafforzare le relazioni con l’Iraq dato che, sullo sfondo, c’è anche la Russia. Il Cremlino ha investito, come ricordato da Trt World, 10 miliardi di dollari nel settore energetico iracheno ed all’inizio del 2020 aveva promesso di investire 20 miliardi di dollari in progetti estrattivi nel settore degli idrocarburi con il coinvolgimento di alcuni giganti energetici come Rosneft. L’ambasciatore della Federazione Russa Maxim Maximov aveva inoltre annunciato che anche il giacimento di gas di Al Mansouriya sarebbe stato oggetto di interesse da parte della Federazione Russa. I legami sono molto stretti anche dal punto di vista politico e ne 2019, come ricordato dallo stesso Maximov, hanno avuto luogo oltre 60 incontri tra esponenti governativi dei due Paesi.

L’inspiegabile disinteresse di Washington

Le iniziative cinesi e quelle russe non hanno suscitato particolari reazioni da parte degli Stati Uniti, che sembrano trascurare lo scenario e ritengono che l’Iraq sia marginale all’interno dei propri piani strategici. Si tratta di un grave errore. L’Iraq, a causa di alcuni gravi problemi strutturali, potrebbe presto trasformarsi in uno Stato fallito e destabilizzare l’intero Medio Oriente.

Le complesse relazioni tra sciiti, sunniti e curdi, la cronica instabilità politica e la crescente instabilità interne potrebbero fare da apripista allo scoppio di un conflitto interno molto simile a quello avvenuto nel 2011. Le cospicue risorse petrolifere e di gas naturale possedute dall’Iraq rappresentano un bottino prezioso che potrebbe (e dovrebbe) attirare l’attenzione di Washington ma le aziende energetiche americane non sono riuscite a ricoprire un ruolo predominante nel Paese. Tra le poche eccezioni c’è Exxon Mobil che si occupa della gestione del gigantesco giacimento di West Qurna 1, situato nell’Iraq meridionale e collabora con la norvegese DNO nella regione autonoma del Kurdistan. Una possibile spiegazione di questo paradosso può essere ricercata nella scarsa accuratezza con cui l’Iraq onora i propri impegni in ambito commerciale e con la pessima condizione delle finanze statali, che sono vicine al collasso.

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