Si tratta di una trasformazione che cambierà per sempre il settore economico della Cina, una delle più importanti fatte nel corso di questi ultimi anni. Stiamo parlando della riforma delle cosiddette State-owned enterprises, cioè le aziende di Stato (Soe) controllate dall’apparato statale cinese.

Se fin qui le Soe potevano essere considerate imprese pubbliche dotate di un management più o meno autonomo, molto presto queste aziende diventeranno compagnie le cui decisioni dovranno per forza di cose essere approvate preventivamente dal Partito Comunista cinese (Pcc).

In altre parole, il governo cinese ha intenzione di rafforzare il suo controllo sulle aziende chiave dell’economia del Paese, ovvero su quelle imprese impegnate in settori strategici e delicati. D’altronde una riforma del genere è sempre stata il cavallo di battaglia del presidente Xi Jinping, uno dei più accesi fautori del cambio di registro, necessario per traghettare la Cina in una “Nuova era”.

Il nuovo regolamento

Ma in che cosa consiste precisamente la riforma alla quale abbiamo fatto riferimento? Per capirlo nel dettaglio basta dare un’occhiata al regolamento varato dal Comitato centrale, che mira a “rafforzare complessivamente la direzione delle aziende di Stato” dando, di fatto, nuovi poteri al “Partito Comunista cinese”.

All’interno di ogni Soe in cui lavorino almeno tre iscritti al Pcc, dovrà essere costituito un organo del Partito. Certo, i dati pubblicati nel 208 e riferiti al 2017 erano chiarissimi: all’epoca esistevano già organi di questo tipo nel 93% delle aziende pubbliche. La percentuale, adesso, è destinata ad aumentare.

Ricordiamo che le Soe sono aziende possedute, in parte o del tutto, dallo Stato cinese. Troviamo all’incirca un centinaio di colossi che rispondono direttamente a Pechino e migliaia di altre aziende che dipendono invece dagli enti locali. Le Soe generano complessivamente tra il 23% e il 28% del pil nazionale e accolgono dal 5% al 16% della forza lavoro cinese (dati della Banca mondiale 2017).

Il controllo del partito sulle aziende di Stato

Secondo il regolamento – scrive il South China Morning Post – “tutte le principali decisioni aziendali e gestionali devono essere discusse dall’organo del Partito Comunista prima di essere presentate al consiglio di amministrazione o alla direzione per decisione”.

Dunque il comitato viene posto al di sopra del Consiglio di amministrazione della stessa azienda. Come se non bastasse, il segretario di partito e il presidente del consiglio di amministrazione di una società “dovrebbero coincidere” ed essere “la stessa persona”. La posizione di direttore generale in una Soe, inoltre, “deve essere ricoperta da un segretario del comitato del partito”.

Il piano del governo cinese

Non è finita qui: la posizione di direttore generale all’interno di una società statale “deve essere ricoperta da un segretario del comitato del partito sostitutivo”. In quelle imprese sono sotto il diretto controllo del governo centrale (quindi di Pechino e non di amministrazioni locali), il consiglio di amministrazione deve includere un “segretario speciale del vice partito”, il quale non ricopre alcun ruolo di gestione ed è “esclusivamente responsabile della costruzione del partito” stesso.

Detto altrimenti, gli occhi e le mani del Pcc cadono e si stringono sulle Soe. La necessità di rafforzare il potere del partito all’interno delle aziende di Stato è da collegare a una riforma ben più grande prevista per il primo trimestre del 2020, con la quale Pechino ha intenzione di aprire numerose Soe a quote di capitale privato.

La strategia appare chiara: prima di fiondarsi sul mercato internazionale e rispondere alle logiche di mercato, il governo cinese vuole che le sue aziende siano gestite da un personale attento e qualificato. E chi meglio di esponenti del partito può effettuare un compito simile?

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