Scoppiato tra il 2018 e il 2019, il maxi-scandalo di riciclaggio legato alla filiale estone di Danske Bank ha sconvolto le regole del gioco nel mondo bancario Ue.

Improvvisamente, la Banca centrale europea si è resa conto della natura lasca delle regolamentazioni in natura di lotta al riciclaggio di denaro su scala comunitaria e ha avvertito, a partire dal settembre 2018, sui rischi della mancata coordinazione tra gli attori deputati a combattere il riciclaggio in campo politico, economico e giudiziario.

Accuse che, in un certo senso, lasciano il tempo che trovano se pensiamo allo storico ruolino di marcia della vigilanza bancaria in seguito all’inaugurazione dei meccanismi comuni europei. I crediti deteriorati delle banche italiane hanno ricevuto più attenzione dei derivati tossici di Deutsche Bank, meccanismi come il bail-in sono stati imposti a piccoli istituti locali italiani mentre attori come Danske Bank si trasformavano in piattaforme di contrabbando per denaro sporco proveniente principalmente dalla Russia. Mentre l’aumento dei costi per il superamento degli stress-test bancari erodeva i bilanci bancari europei, comportando un costo globale di 20 miliardi di euro tra il 2014 e il 2018, il riciclaggio rimaneva un problema insoluto.

Le sanzioni antiriciclaggio sono costate alle banche europee ben 16 miliardi di dollari  – a seguito di multe emesse per il 75% negli Stati Uniti – dal 2012 in avanti. A un salasso tanto notevole vanno inoltre aggiunti i costi differiti degli effetti reputazionali e operativi legati alla debolezza dei controlli. La criminalità organizzata e gli evasori fiscali di primaria grandezza hanno gioco facile a far sparire notevoli somme di denaro attraverso i canali sotterranei della finanza comunitaria. Il caso Danske Bank ha funto da campanello d’allarme, ma ha anche spinto la Bce un passo oltre.

Dopo il passaggio di consegne all’Eurotower tra Mario Draghi e Christine Lagarde, infatti, l’ex direttrice francese del Fmi ha più volte lasciato intendere di voler operare un ampliamento delle capacità di vigilanza della Bce. La direttrice principale di espansione potrebbe proprio essere quella del controllo anti-riciclaggio, attualmente tra le più specificatamente incentrate sugli istituti nazionali.

L’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, ad esempio, ha ricevuto 105.789 segnalazioni di operazioni sospette con un incremento del 7,9% rispetto al precedente anno. Tali segnalazioni comportano, in un secondo livello, approfonditi e complessi controlli in coordinazione con la Guardia di Finanza e le autorità giudiziarie. Parliamo dunque di una funzione estremamente difficile da devolvere senza ipotizzare un coinvolgimento dell’Eurotower in processi politici e giudiziari direttamente concernenti il sistema-Paese.

A livello aggregato, piuttosto, andrebbe sviluppato un ragionamento sulla maniera migliore di procedere in materia di antiriciclaggio. Davvero la Bce, che più volte è stata inefficiente nella vigilanza unica, è l’istituzione migliore per devolvere un potere tanto grande? Il caso Danske Bank è evoluto all’ombra dell’Eurotower, è bene ricordarlo. Inoltre, la lotta al riciclaggio richiede una governance politica che oggi manca ad un’istituzione estremamente tecnica. L’uovo di Colombo è, in questo caso, la correlazione tra l’abuso del riciclaggio nell’Unione europea e la difficoltà di controllare i movimenti di capitali in un sistema costruito ad uso e consumo della loro circolazione massiccio e la poco giustificabile sorpresa al momento della scoperta delle falle nel sistema. Il rischio di rispondere ai problemi dell’Europa invocando una maggiore pervasività delle istituzioni comunitarie è congenito: e devolvere alla Bce funzioni che riguardano da vicino le autorità di investigazione e giudizio dei singoli Paesi è un rischio che difficilmente uno Stato sovrano potrebbe assumersi.

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