Con il passaggio della pandemia di coronavirus, lo scorso 2020 tutte le economie mondiali sono precipitate in una fortissima recessione (anche in doppia cifra, come nel caso di alcuni Paesi europei) oppure, come nel caso della Cina, con una dura contrazione della crescita attesa. Tuttavia, secondo le stime degli esperti il 2021 sarebbe dovuto essere l’anno che avrebbe garantito la ripartenza, complici l’introduzione del vaccino e delle migliorate capacità di osservazione, rintracciamento e isolamento di coloro che hanno contratto il Covid-19.

Ciò però è rimasto una mera utopia, almeno in Europa. L’aumento della curva dei contagi nelle scorse settimane ed il picco atteso tra la prossima settimana e la Pasqua, a seconda dei Paesi, potrebbe tradursi col convivere con la recessione ancora per un anno. Il tutto mentre molti degli effetti negativi sull’economia (come lo sblocco dei licenziamenti e lo stop ai sussidi) ancora non hanno dato il colpo di coda alle attività economiche e la reale efficacia dei vaccini sulla ripartenza economica, per quanto decantata, non abbia ancora dato risultati vagamente significativi.

Stessi problemi, ma l’Europa è ultima nella risposta

Non in tutto il mondo però i danni ricevuti dall’economia sono stati gli stessi che stiamo patendo nel Vecchio continente. E senza allontanarsi troppo, sarebbe sufficiente volgere lo sguardo agli Stati Uniti laddove, benché la crisi si sia fatta sentire, le misure introdotte sotto la presidenza di Donald Trump prima ed il bazooka da quasi due trilioni di dollari di Joe Biden sembrano essere state sufficienti ad evitare il peggio, almeno per il momento.

Guardando però all’Asia è significativo notare come nonostante le difficoltà sanitarie identiche a quelle dell’Europa, la risposta delle economia sia stata ben più soddisfacente rispetto alle attese. Società che si sono rivelate in grado di fare i conti con le nuove sfide dell’era pandemica e Stati che si sono messi nelle condizioni di gestire al meglio i tracciamenti dei contagi non sono però che il culmine di una piramide organizzativa che è stata in grado di rispondere alle esigenze del presente. E in questo scenario, ancora una volta, in Europa ci siamo fatti trovare impreparati, con la conseguenza che realisticamente nei prossimi anni saremo destinati a perdere ulteriormente terreno nei confronti delle economie emergenti.

Tracciamento nazionale e pianificazione aziendale: il successo asiatico

Come messo in evidenza da Le Monde, i Paesi del Sudest asiatico hanno registrato in questi primi mesi del 2021 una importante ripresa economica, favorita dalla poca circolazione del Covid-19 e dalla risposta della società civile che si sono rivelati più solidi del previsto. E in questa situazione, dunque, è impossibile non notare una differenza sostanziale nella gestione della crisi; differenza che si è resa discriminante per il “successo” almeno momentaneo nella battaglia contro il coronavirus.

Certo, le differenze culturali e i minori problemi a rinunciare alle libertà fondamentali hanno sicuramente reso più semplice la gestione e il tracciamento dei contagi già nello scorso 2020. Per rendere gli effetti visibili anche in questa fase di convivenza con il Covid, però, si è resa necessaria una completa ristrutturazione dei sistemi. Ospedali potenziati, formazione di personale medico e infermieristico, rapide vaccinazioni e tracciamento dei contagi sono stati via via implementati dagli Stati. Formazione aziendale, adattamento alle nuove logiche di lavoro agile e degli investimenti in tempo di pandemia sono stata la parte fatta invece dalle aziende. Un connubio che, conti alla mano, ha indicato quella che realisticamente sarà la strada vincente del Sud-Est asiatico per il prossimo futuro.

I difetti della “soluzione mediana”

La scelta asiatica è stata sin dall’inizio quella della linea dura, con uno sguardo di diffidenza alle vie di mezzo. Una scelta che si può tradurre con la metafora del “liberi tutti, ma pronti al lockdown in caso di contagio”. Una scelta coraggiosa, ma che sul lungo periodo sembra avere pagato positivamente sia in termini di vite umane sia in termine di sopravvivenza del sostrato economico. E soprattutto, una soluzione che in Europa invece abbiamo sempre respinto ma che adesso potrebbe farci regredire in termini di importanza nelle logiche commerciali e geopolitiche internazionali.

Sì, perché l’Europa ha sempre privilegiato (e continua a battere) la “soluzione mediana“, ossia quella che limita il più possibile le aperture senza istituire il regime di lockdown (al netto dell’esperienza primaverile). Una strada di mezzo, che fino a questo momento non sembra però aver reso lo stesso servizio. E per verificarlo senza allontanarsi troppo, basta guardare ai numeri spaventosi relativi ai morti che si sono registrati in Italia, dove abbiamo sfondato la soglia psicologica delle 100mila vittime.

Per una volta, però, non siamo stati solamente noi a muoverci male. Tutta l’Europa, infatti, è incappata negli stessi problemi uscendone bene o male con gli stessi identici risultati. Qualcuno con qualche punto percentuale di Pil in più; qualcuno con il rapporto tra morti e popolazione totale leggermente migliore; tutti, però, ugualmente atterrati dal passaggio della pandemia di coronavirus.

Strutture e organizzazione sono la chiave del successo

Nella guerra a distanza con l’Asia, in fondo, ci siamo fatti trovare completamente impreparati. Mentre noi cercavamo le mascherine, i grandi Paesi asiatici erigevano imponenti ospedali e mettevano a punto il piano di tracciamento dei contagi. Mentre noi facevamo i conti con gli ospedali al collasso, in Asia c’era già chi pensava a come organizzarsi per evitare che la situazione si ripetesse. E quando la seconda ondata ci ha investiti, l’Asia si era già messa in sicurezza, dotando i propri apparati nazionali e le proprie aziende dei sistemi necessari per evitare che la tragedia della primavera 2020 si ripetesse. Adesso stiamo cercando di mettere a punto la logistica di approvvigionamento dei vaccini per permettere alle attività di riaprire, mentre gli asiatici già vaccinati sono nel pieno della ripartenza economica.

Strutture e organizzazione, ancora una volta, si sono rivelate la chiave del successo. Due settori nei quali per secoli l’Europa ha dominato, esportando nel resto del mondo le proprie conoscenze e le proprie capacità. Due settori nei quali, adesso, se ci possiamo considerare i primi tra gli ultimi è soltanto per non ledere alla nostra autostima. Con i nostri rivali internazionali che, ancora una volta, non possono far altro che ringraziarci per essere sempre rimasti almeno un passo indietro.

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