Brent e Wti sono in volo dopo l’accordo raggiunto da Russia e Arabia Saudita nel contesto del cartello allargato Opec Plus, che vede Mosca sedere a fianco della tradizionale lobby dei produttori di greggio. Mosca e Riad hanno concordato di sforbiciare di quasi un quarto la l’offerta aggregata di greggio dei membri dell’accordo: meno quattro milioni di barili al giorni i sauditi meno 2,3 milioni i russi, meno 23% tutti gli altri componenti del cartello.

La conferenza telematica tra i dirigenti dei ministeri energetici dei Paesi membri ha imposto di fatto un armistizio alla guerra del petrolio in atto da diverse settimane, che ha reso estremamente turbolenti i mercati internazionali. Mosca e Riad si sono fronteggiate a colpi di aumenti dell’offerta, e a essere messi in difficoltà sono stati soprattutto gli Stati Uniti. Washington ha visto l’industria dello shale oil accartocciarsi e ha cercato un asse con Mosca per evitare di risultare la grande sconfitta. Come sottolinea La Stampa, “il presidente Donald Trump nei giorni scorsi aveva fatto pressione
affinché si arrivasse al compromesso spiegando che anche la produzione record degli Stati Uniti si ridurrà «automaticamente» in base alla domanda di mercato”. Mosca chiede azioni più incisive da parte di Washington dopo aver fatto asse con gli States nel fare pressione sulla corte saudita.

Vladimir Putin è partito da una posizione differente rispetto al dominus dell’Arabia Saudita, Mohammad bin Salman. Il principe saudita prospettava inizialmente l’ipotesi di tagli alla produzione come “dono” unilaterale offerto da parte del suo Paese, confermato come leader globale nel mercato del greggio. Posizione messa in discussione dalla stessa Russia e, nel volume di produzione, dagli Stati Uniti, che in quest’ottica avrebbero potuto puntare a passare indenni la fase di decurtazione della produzione. Putin ha però preferito mediare tra sauditi e statunitensi una strategia di tagli programmata e condivisa tra i vari attori per porre fine alla guerra dei prezzi. Questo aumenta sia il grado di responsabilità dei singoli attori che l’impegno delle parti a operare affinchè nessuno possa recedere dalla prospettiva di mantenere gli accordi. Un aumento ordinato del prezzo conviene a tutte le parti: ora l’obiettivo sarà convincere quei Paesi produttori di greggio esterni all’asse Opec-Russia-Usa.

Spicca il Messico del presidente Lopez Obrador. Il presidente sovranista e di sinistra si è impegnato a rivitalizzare i giacimenti della Pemex dopo un drammatico declino negli ultimi anni, ma ha al tempo stesso lasciato in sospeso la sua partecipazione ai tagli. Nella notte tra giovedì 8 e venerdì 9 aprile, scrive Il Sole 24 Ore,la ministra dell’Energia Rocìo Nahle ha concesso una riduzione di 100mila barili al giorno per i prossimi due mesi, invece dei 400mila barili al giorno che le sarebbero stati richiesti: inquesto modo, ha detto via Twitter, il Messico scenderebbe dagli 1,781 mbg di marzo a 1,681 mbg”.

Più sicura la partecipazione agli accordi di Paesi come Canada e Brasile. La defezione di un singolo produttore di prima taglia può però mettere in discussione l’architettura complessiva dell’accordo, rendendo difficile la sostenibilità dello stesso per gli altri contraenti. In ogni caso la massa di manovra russo-saudita, col sostegno statunitense, ha la forza per dirottare l’inerzia del mercato globale del greggio. La tenuta di questo accordo permetterà di capire se l’armistizio diverrà pace definitiva.

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