Angela Merkel lascerà a Olaf Scholz un’Europa ancora più “tedesca” di quanto lo sia stata nello scorso decennio e una Germania sempre più decisiva negli equilibri del Vecchio Continente. La decisione del partito liberale Fdp di dare via libera alla revisione dei parametri sul deficit e il debito è solo l’attestazione definitiva della volontà della Germania di adattarsi appieno a un mutato contesto per mediare l’apertura al Recovery Fund, la mutualizzazione del debito europeo e la risposta alla pandemia con la volontà di mantenere i determinanti strutturali dell’egemonia di Berlino.

Una superpotenza commerciale

Una statistica su tutte aiuta a capire questo dato di fatto: nel 2020, nonostante i danni al commercio mondiale legati alla pandemia, la crisi sistemica e l’incertezza sulla ripresa la Germania si era confermata come egemone tra le potenze commerciali europee, unica nazione su scala globale in grado di rivaleggiare con la Cina per la conqusita di mercati stranieri. Per dare un’idea, solo cinque nazioni su ventisette nell’Unione Europea non hanno Berlino come primo partner commerciale, in larga parte per ragioni essenzialmente legate alla prossimità geografica: il Belgio ha infatti l’Olanda, l’Irlanda il Regno Unito, il Portogallo la Spagna, la Lettonia la Lituania, mentre quest’ultima ha una nazione ritenuta rivale, la Russia, in cima alla classifica principalmente per motivi di approvvigionamento energetico. Le principali economie europee esterne all’Unione, ovvero Regno Unito, Svizzera e Norvegia, hanno invece trend simili al resto del Vecchio Continente e bilance commerciali legate a doppio filo al rapporto con la Germania.

Più che sui dati numerici e quantitativi, viziati dalla contrazione generale dei commerci globali (fonte di una riduzione del surplus commerciale tedesco tra il 2019 e il 2020 da 224 a 179 miliardi di euro) è bene concentrarsi, guardando al dato del 2020, sul fronte politico e alle statistiche relative. Innanzitutto, la relativa destrutturazione delle catene del valore globali ha valorizzato indirettamente la presenza tedesca come potenza commerciale egemone nel mercato unico che, fino all’accordo sulla Brexit, a fine 2020 includeva anche il Regno Unito. L’Unione Europea ha assorbito nel 2020 il 57% dell’export tedesco, l’Europa nel suo complesso il 67,1%.

Tutti i surplus di Berlino

Il rapporto del Ministero dell’Economia tedesco sul commercio nel 2020 segnala che l’Unione Europea a 27 Paesi, il Regno Unito e la Svizzera hanno contribuito complessivamente a 130,25 dei 179,9 miliardi di euro di surplus commerciale germanico, il 72,4%, consentendo a Berlino di riassorbire di slancio i deficit con nazioni come Cina (-21 miliardi di euro), Giappone (-9,3 miliardi di euro), Vietnam (-7,4 miliardi di euro) e Bangladesh (-5,2 miliardi di euro). Due soli Paesi entro l’Unione Europea vantano consistenti surplus commerciali con Berlino: l’Irlanda, che segna 13,4 miliardi di euro in surplus legati soprattutto al commercio di servizi, e la Repubblica Ceca, che vanta +9,3 miliardi di euro ma va ricordato essere nazione inserita in forma pressoché assoluta nelle piattaforme produttive dell’industria tedesca, fornendo componentistica e semilavorati per l’industria automobilistica (fonte del 15,5% dell’export) e quella dei macchinari (che ne garantisce il 14,5%).

Stesso discorso vale per l’Italia che soprattutto nel Nord vede un complesso industriale export-led vincolato alle filiere a guida tedesca. Non a caso lo scambio commerciale tra Germania e Lombardia è più elevato di quello tra la prima economia europea e la terza al mondo, il Giappone, così come quello tra Germania e Veneto è superiore a quello tra Berlino e il Brasile. La Germania registra verso Roma un surplus di oltre 10 miliardi di euro (75,1 miliardi di euro di export a fronte di 64,5 miliardi di importazioni), ma al tempo stesso garantisce con la sua industria il lavoro di importanti filiere produttive nazionali. E non a caso il surplus germanico verso l’Italia è decisamente inferiore rispetto a quello registrato nei confronti di Francia (+34,3 miliardi di euro) e Regno Unito (+32 miliardi), secondo e terzo Paese al mondo col disavanzo maggiore con Berlino dopo gli Stati Uniti, ma anche rispetto a quello che la Germania ha verso economie di taglia minore come l’Austria (+19,6 miliardi di euro) e Svizzera (+10,8 miliardi).

Il Recovery rafforza l’industria tedesca

Si può in quest’ottica capire perché la Merkel abbia superato la strada del tradizionale mercantilismo volto a unire compressione salariale interna e rigore valutario favorendo l’espansione fiscale europea e la spesa in deficit: ricostruire le economie europee rompendo la gabbia del rigore può indirettamente aiutare anche la Germania nel suo complesso. Berlino non ha subito danni alla sua posizione relativa verso il resto d’Europa dalla pandemia e contribuendo alla svolta keynesiana sta di fatto spingendo un progetto di ricostruzione dei suoi maggiori mercati di sbocco e prevenendo che molti di essi, dall’Italia alla Spagna, siano funestati da crisi industriali e produttive in caso di riproposizione dell’austerità. Con una maturità strategica non dimostrata nel 2010-2012, la Repubblica Federale ha voluto garantire nell’ultimo anno e mezzo dapprima l’unione a strumenti tradizionali (come il Mes) di strutture capaci di veicolare risposte alla crisi più anti-cicliche (dalla Banca europea degli investimenti al fondo-antidisoccupazione Sure) come premessa al via libera all’emissione di bond da parte della commissione europea, sostanza del Next Generation Eu.

Per Berlino il precipitare dell’Italia, della Francia e degli altri Paesi dell’Unione maggiormente esposti alla crisi sarebbe la premessa del tracollo dell’industria teutonica e la moneta unica: la svolta della Germania è inizialmente pro domo sua. E la Merkel, operandola, lascerà al suo Ministro delle Finanze e successore socialdemocratico una Germania sempre più decisiva in un’Europa sempra più tedesca. Anche e soprattutto grazie al volano principale della potenza economica del Paese dai tempi di Konrad Adenauer e della strutturazione dell’economia sociale di mercato: l’industria e i surplus che garantisce.

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