Negli Stati Uniti un’indagine dell’Fbi ha portato alla luce un problema a dir poco imbarazzante per l’amministrazione guidata da Donald Trump. Secondo quanto scoperto dal Federal Bureau of Investigation numerosi scienziati americani, gli stessi che nel corso degli anni hanno attinto a man bassa ai finanziamenti concessi loro dal governo Usa per fare ricerche in settori strategici, hanno venduto i risultati dei loro studi al governo cinese.

A peggiorare la situazione è il fatto che dietro il termine “settori strategici” si nascondono settori come la difesa e l’intelligenza artificiale, due aspetti di primaria importanza nel braccio di ferro a distanza tra Stati Uniti e Cina. Molte paure di Washington sul possibile “sorpasso” di Pechino, infatti, si basano proprio sull’enorme passo in avanti fatto dal Dragone in campo tecnologico e militare.

Per gli Stati Uniti, scoprire a freddo che parte del Grande Balzo in Avanti del XXI secolo cinese è stato agevolato in maniera spudorata dai suoi stessi concittadini, non può che essere stato un durissimo colpo. Anche perché Trump ha inserito la Cina al primo posto nella classifica delle minacce, ed è per questo che il tycoon ha portato avanti (e lo sta tutt’ora facendo, seppur in dosi minori) una guerra commerciale (e non solo) contro Pechino.

Il piano dei “Mille talenti”

Come fa notare Il Fatto Quotidiano, il governo cinese, una volta acquistate le ricerche dai professori americani, utilizza le preziose informazioni per competere contro gli Stati Uniti. Tutto questo evidenzia il fallimento del sistema americano. Detto altrimenti, gli Stati Uniti hanno finanziato, a loro insaputa, l’ascesa della Cina di Xi Jinping.

Fin qui Trump ha tuonato contro quei governi europei che potrebbero aprire le loro porte alla tecnologia cinese. Forse The Donald dovrebbe richiamare all’ordine quei ricercatori americani a libro paga di Pechino: sono loro, in prima battuta, che rischiano di compromettere lo sforzo americano nel contenere l’avanzata cinese.

Facciamo un passo indietro e torniamo al 2008. In quell’anno la Cina lancia il piano “Mille talenti”. Obiettivo: reclutare i migliori scienziati del mondo, attirarli oltre la Muraglia e attingere alle loro conoscenze. Stando ai dati cinesi, nel 2017 il numero di scienziati reclutati si attestava intorno alle 7mila unità.

Nel 2016, cioè otto anni dopo il lancio del programma, Xi ha aggiunto un tassello al mosaico: lo scopo del Dragone è quello di arrivare alla fusione militare-civile delle tecnologie. In altre parole, l’abbattimento delle barriere che separano la semplice ricerca accademica dall’industria della difesa cinese.

La calamita di Pechino

I primi talenti calamitati dalla Cina sono stati gli studenti cinesi sparsi in giro per il mondo. Basti pensare che nel 2018 sono rientrati oltre la Muraglia ben 480.900 cervelli su 662.110 partenti. Calcolatrice alla mano, il tasso di ritorno si attesta intorno al 78%. Dietro agli expat cinesi, il Dragone ha attirato loro: gli scienziati americani.

A questo punto bisogna volare negli Usa. Qui il governo locale mette a disposizione della ricerca qualcosa come 150 miliardi di dollari all’anno, tutti soldi finanziati dai contribuenti americani. Decine di agenzie federali maneggiano budget miliardari dai quali dipendono dipartimenti di eccellenza delle università statunitensi. Ebbene, nessuna di queste agenzie è stata in grado di prevenire le infiltrazioni di potenze straniere, che sono riuscite, in silenzio, ad appropriarsi di scoperte e ricerche finanziate dal governo americano.

A questo proposito, John Brown, numero due del controspionaggio dell’Fbi, è stato chiarissimo: “La natura aperta e collaborativa dell’ ambiente accademico statunitense produce ricerca avanzata e tecnologia d’ avanguardia, ma espone anche le nostre università al rischio di essere sfruttate dagli avversari degli Stati Uniti per raggiungere i loro obiettivi economici, scientifici e militari”.

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