Gli Stati Uniti l’hanno accusata di essere una minaccia per la sicurezza nazionale, al punto tale da averla inserita in una black list. La Casa Bianca ha pure avvisato tutti gli organi istituzionali del Paese: nessuno deve più acquistare i suoi prodotti. Dulcis in fundo, a complicare le cose spicca anche un ban di Donald Trump, che impedisce alle aziende tecnologiche americane di fare affari con lei.

Di chi stiamo parlando? Di Huawei Tech Investment Co. Ltd, il colosso cinese delle telecomunicazioni che è riuscito a spaventare Washington. Huawei è accusata di essere controllata dal governo cinese e di rispondere alle logiche del Partito Comunista cinese; la compagnia ha sempre respinto ogni accusa, dichiarando di essere trasparente e non avere collusioni con i vertici del potere di Pechino.

In ogni caso, il gigante di Shenzen si è tuffato in un business geopolitico che potrebbe regalare alla Cina un vantaggio notevole da qui ai prossimi anni: l’installazione delle reti di nuova generazione 5G. Questo ha contribuito a indispettire Washington, stizzita da una concorrente in grado di mettere in discussione la sua superiorità nel comparto tecnologico.

Le “regole d’oro” seguite da Huawei

Lasciando perdere il braccio di ferro Usa-Cina su Huawei, vale la pena ripercorrere alcune delle tappe della recente storia dell’azienda cinese. Secondo quanto riportato da una lunghissima e approfondita inchiesta del Wall Street Journal, negli scorsi decenni erano già visibili alcuni segnali che avrebbero dovuto quanto meno insospettire gli Stati Uniti. Invece, sorprendentemente, nessuno si è mai interessato della crescita esponenziale di Huawei. Che oggi può guardare tutti dall’alto al basso.

Qual è stata la chiave del successo dell’impresa fondata nel settembre 1987 dall’ex ufficiale dell’Esercito popolare di liberazione Ren Zhengfei? Sono sette le “regole d’oro” seguite da Huawei. Innanzitutto non ha mai annunciato la sua presenza. Per anni, nel mondo degli affari, la compagnia ha utilizzato società ombra o nomi diversi così da confondere le idee e nascondere ogni possibile legame tra le sue filiali operanti al di fuori della Cina e il quartier generale di Shenzen.

A seguire, i manager dell’azienda hanno imposto due concetti basilari alla base dell’operatività: segretezza e impermeabilità. Giusto per capire meglio di cosa stiamo parlando, molte delle sedi di Huawei situate al di là della Muraglia sono protette come se fossero bunker militari.

I rapporti con la concorrenza

Passiamo poi alla terza regola d’oro, relativa al mercato. Al fine di accumulare quote sempre più grandi, il trucco adottato da Huawei è stato quello di proporre articoli tecnologici a prezzi stracciati, fino al 20-30% in meno rispetto alla concorrenza.

A questo comandamento è strettamente connessa la quarta regola: copiare dagli altri, se necessario. In una causa con Cisco per plagio, ad esempio, Huawei ha patteggiato senza ammettere la colpevolezza; in quell’occasione i cinesi avevano realizzato copie identiche ai router originali, al punto da replicarne anche i virus informatici.

Capitolo spionaggio: nei primi anni di espansione globale l’azienda di Shenzen ha piazzato varie spie all’interno delle compagnie rivali. Anche qui non manca un esempio emblematico: un parente del fondatore Ren lavorava a Motorola e da lì è riuscito a rubare alcuni segreti industriali.

Chi è riuscito a rubare contenuti industriali top secret alla concorrenza si è poi visto piombare ricompense ricchissime dalla stessa Huawei (sesta regola), che per andare sul sicuro ha più volte cercato di reclutare gli ex dipendenti delle aziende rivali.

Come detto, nessuno ha mai sollevato questioni del genere. E così, nell’indifferenza generale, Huawei ha raggiunto un fatturato che sfonda il tetto dei 100 miliardi di dollari, opera in quasi 200 Paesi e può contare su poco meno di 200mila dipendenti.

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