Il nuovo quantitative easing della Bce è rivolto, per il 25% dell’importo mensile di acquisti di titoli (20 miliardi di euro) all’acquisto di obbligazioni corporate di importanti aziende dell’Eurozona. Parliamo di grandi colossi del panorama continentale: per l’Italia spiccano, tra le altre, Eni e Enel, mentre nei 2,8 miliardi di titoli aziendali acquistati dalla Bce nella prima settimana di novembre comparivano anche Engie, Airbus e Unibail Rodamco.

Tale politica si inserisce nel solco del “quantitative easing globale”, processo generalizzato che a livello mondiale vincola attività borsistica e dinamiche delle banche centrali. Il rally borsistico dello scorso decennio è stato favorito dal ritorno in campo delle banche centrali dopo la Grande Crisi. Le condizioni favorevoli basate sui bassi tassi di sconto e il diluvio di liquidità delle banche centrali hanno in larga parte alimentato la corsa dei mercati finanziari e delle quotazioni delle azioni, delle obbligazioni e degli altri strumenti finanziari aziendali.

Mario Draghinel 2015, è riuscito ad avviare un Qe fondamentale per invertire la rotta dell’austerità di matrice germanica anche nel Vecchio Continente. L’Ue, sul lungo periodo, ha però dovuto conoscere dinamiche simili al resto del mondo. E se il bilancio del Qe di Draghi è tutto sommato in chiaroscuro, in quanto sostenuto da una visione politica ben precisa, per il nuovo Qe targato Lagarde si preannuncia un futuro al traino, e non al comando dei mercati.

Il Qe globale ha prodotto un inconveniente: sempre più imprese hanno fatto a meno di curare il lato operativo della loro attività, finendo per diventare sempre più dipendenti dalle condizioni create dalla governance monetaria, interiorizzate come permanenti. Scrive l’analista Mauro Bottarelli su Italia Oggi: “La politica di tassi bassissimi posta in essere da tutte le Banche centrali del mondo ha generato un mostro proprio all’interno del comparto corporate, ovvero il proliferare delle cosiddette zombie firms, cioè aziende incapaci di far fronte al proprio servizio del debito attraverso il normale flusso di cassa […] Il loro aumento è stato vertiginoso e quell’indebitamento strutturale che le mantiene artificialmente in vita, come un polmone d’acciaio, viene garantito unicamente dal costo del denaro a zero o sottozero imposto artificialmente dalle Banche centrali”.

Negli Stati Uniti abbiamo in tal senso il problematico caso di General Electricsin Europa il problema di un colosso in crisi dell’industria automobilistica tedesca, Daimler, di cui Francoforte continua a comprare i titoli. Se nel Qe targato Mario Draghi la Germania, pur frenata nell’applicazione dell’austerità, fu tra i vincitori per le condizioni favorevoli all’export imposte dalla svalutazione dell’euro e dalla convergenza tra i rendimenti dei titoli dell’Eurozona (con conseguente stabilità), nell’era di Christine Lagarde Berlino, assieme a Parigi, riceve aiuti diretti dall’Eurotower. Non a caso l’acquisto del pacchetto di bond Daimler, recentemente, è avvenuto in asta sul mercato primario: un intervento da “banca d’investimento” smaccatamente di parte.

Lagarde sostiene la Germania sotto assedio da parte degli Usa sul caso North Stream 2 e in piena crisi di identità in materia economica. Ma perde di vista il quadro d’insieme, e cioè che senza correttivi il Qe, andando al traino dei mercati, rischia di distorcere talmente tanto il contesto finanziario da rendere più pericolosa un’eventuale situazione di crisi. Che colpirebbe un mercato azionario esposto perché sovradimensionato nel punto più debole: la fascia di imprese che galleggiano grazie al contesto favorevole sul piano monetario. Bottarelli fa notare che “con mezzo universo dell’obbligazionario corporate nell’area di investment grade composto da aziende con rating BB o BBB, ovvero a un passo dal downgrade nel livello spazzatura, ci vuole poco perché quella riprezzatura arrivi: il classico effetto palla di neve, tanto inaspettato quanto rapido e devastante”. Nella politica europea c’è poca consapevolezza di questo rischio. In quella italiana, il pensiero nemmeno si pone: ma in caso di slavina economica la nostra debolezza sia nel contesto “reale” che in quello finanziario ci renderebbe tra le prime vittime del disastro.

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