Un peso, due misure. L’Europa funziona così: la Germania ha carta bianca per fare il bello e il cattivo tempo, riformare e controriformare, chiedere eccezioni o garanzie, mentre la maggior parte degli altri Paesi, Italia compresa, deve obbedire ai diktat provenienti da Bruxelles senza sgarrare di una virgola. È successo così sui migranti, sul comportamento da tenere in politica estera e adesso sta succedendo di nuovo sulle banche. Gli istituti bancari tedeschi sono in difficoltà, così come l’intera Germania. Il modello economico tedesco ha iniziato prima a scricchiolare, quindi, in estate, a mostrare le prime crepe. I settori chiave su cui aveva sempre contato Berlino per crescere e trainare il resto dell’Europa hanno subito un brusco colpo d’arresto: manifatturiero giù e identica sorte per il comparto auto. Le cause di una debacle apparentemente inaspettata sono molteplici, a cominciare dalla guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, che ha strizzato il Dragone, il quale a sua volta rappresentava un ottimo bancomat per l’astuto governo teutonico. Con la classe media cinese costretta a tirare la cinghia, dalle parti di Pechino si sono viste sempre meno Mercedes e Bmw sfrecciare sui grandi vialoni della capitale dell’ex Impero di Mezzo, con una conseguente ricaduta economica sui conti dell’industria tedesca a quattro ruote. Ci sarebbe poi da considerare la pessima scelta della Germania di continuare a puntare sull’austerity anche in momenti di prosperità e anzi, a detta di alcuni esperti, sarebbe proprio questo il motivo principale dell’arresto.

Semaforo verde per la Germania

In ogni caso, in mezzo a tutto questo, anche le solidissime banche della Germania hanno iniziato ad accusare la sindrome italiana: chiedere l’aiuto pubblico per evitare il crac. Al di là dell’analogia, c’è un fatto che lascia basiti: mentre gli istituti tedeschi possono chiedere e ottenere dall’Europa di ricorrere al soccorso pubblico, quelli italiani devono arrangiarsi. Secondo quanto riportato dalla Frankfurter Allgmeine Zeitung, la Dg Competition di Bruxelles avrebbe dato il suo via libera alla ricapitalizzazione pubblica senza distorsioni della concorrenza della Nordlb, una banca di Hannover in difficoltà e con un’attività di bilancio che si aggira intorno ai 150 miliardi di euro. Allo stesso tempo la Banca Etruria, italiana e molto più piccola, deve essere lasciata al suo destino. In altre parole, non può essere assolutamente ricapitalizzata dal Fondo Interbancario di tutela dei depositi (Fitd) perché tale procedimento sarebbe “distorsivo”. Dunque, l’unica soluzione nel caso italiano è quella di ricorrere al sacrificio degli azionisti.

Il precedente italiano

Pare che la trattativa tra Berlino e Bruxelles per salvare la banca tedesca citata sia durato ben nove mesi. Alla fine la Dg Competition ha convinto la Commissione europea a concedere alla Nordlb un aumento di capitale pari a 3,6 miliardi (soldi pubblici, provenienti dai Laender), senza che l’atto potesse costituire un “aiuto di Stato distorsivo”. L’Italia, nel marzo 2019, ottenne dall’Ue un trattamento ben diverso: il Fitd aveva già stanziato un aumento di capitale (proveniente da banche private) per rimettere in sesto quattro istituti italiani con le ruote sgonfie (Etruria, Marche, Chieti e Ferrara), ma la Commissione bloccò il piano, perché quell’operazione era un “aiuto di Stato”. Un peso, due misure.

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