L’agricoltura europea ha un problema: le distorsioni della Pac, la politica agricola comune, che da inizio millennio sussidia le imprese agricole comunitarie non sulla base di valore aggiunto, produzione per addetto o occupazione generata ma in proporzione al capitale fondiario detenuto. Ovvero, in base alla quantità di terra: più possiedi, più ricevi. Questa fattispecie ha reso, ad esempio, i reali britannici tra i maggiori recipienti dei fondi Pac nel Regno e in Europa in generale.

I miliardi di euro annui di sussidi agricoli della Pac, che da sola assorbe circa il 40% del budget dell’Unione, si perdono in mille rivoli. Meno di un quinto dei possessori di terreni riceve oltre i quattro quinti dei sussidi: un meccanismo in cui a essere premiati sono gli individui e le aziende che posseggono la maggiori quantità di terre, tra cui le grandi multinazionali dell’alimentare e quelle dello zucchero. Le multinazionali del gruppo Campina, colosso caseario olandese, con 600 hanno davanti a loro solo la britannica Tate & Lyle Europe: 827 milioni di euro dal 1999. I dati sono visionabili al portale “Farm Subsidy”. 

Una politica agricola del genere è costruita a uso e consumo di chi si occupa con meno attenzione del versante della produzione, della selezione delle varietà e dell’innovazione e punta sull’omologazione e sul taglio dei costi. A essere punite le agricolture più focalizzate sulla produzione e meno sulla trasformazione come quella italiana. Massacrata nell’ultimo ventennio dalle distorsioni della Pac e dall’apertura indiscriminata al libero commercio. Di cui l’ultimo esempio in ordine di tempo è rappresentato dal combinato disposto tra il Ceta e l’accordo Ue-Mercosur.

Negli ultimi quaranta anni, stima Coldiretti, l’Italia ha perso il 28% del suo potenziale agricolo, circa 5 milioni di ettari solo negli ultimi tre decenni. Si è dimezzato il mais, ridotto di un settimo lo spazio della barbabietola, portando alla scomparsa degli zuccherifici, ridotto al 77% di fine XX secolo lo spazio per i frutteti. L’Italia tutela 5.155 prodotti alimentari tradizionali censiti, 297 specialità Dop o Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc e Docg, ha decine di migliaia di aziende che hanno vietato glifosato, Ogm e prodotti nocivi per la salute, ma soffre tremendamente la competizione globale. Specie considerato gli enormi ammanchi dalla riformulazione della Pac.

E nonostante tutte le strettoie economiche e finanziarie, gli agricoltori italiani sono proporzionalmente molto meno dipendenti dai contributi Pac del resto d’Europa. Come ha fatto notare la rivista Terra e Vita, infatti, il sostegno Pac dovesse contribuisce ai redditi dei coltivatori italiani per il 28,3%, un dato certamente non indifferente ma inferiore alla media europea pari circa al 40%. In proporzione, quindi, l’Unione rafforza in maniera relativa le agricolture straniere rispetto a quella italiana, causando per quest’ultima uno svantaggio competitivo che al momento della firma dei grandi accordi commerciali che impongono un livellamento al ribasso degli standard di qualità e di tutela sanitaria si rivela un handicap.

Con una Pac al servizio dell’occupazione e della crescita l’Italia avrebbe ricevuto ben più dei circa 2,5-2,7 miliardi di euro mediamente ricevuti ogni anno per veicolare politiche di mercato, polverizzati tra un numero enorme di aziende. Per il periodo 2021-2027 l’Italia ha visto una decurtazione del 6,9% dei fondi Pac complessivi destinati al nostro Paese, nelle varie forme di cui i sussidi alle aziende sono una sola parte. Poco più di 36 miliardi di euro per sette anni i fondi assegnati, contro i 62,3 miliardi della Francia, i 43 della Spagna i 41 della Germania.

La politica nazionale non si è mai interessata al tema, né ha mai reclamato per sé quello strategico Commissariato europeo all’Agricoltura occupato per l’ultima volta tra il 1972 e il 1973nell’era Cee, col democristiano di secondo piano Carlo Scarascia-Mugnozza. Nell’ultimo periodo l’ex ministro dell’Ambiente irlandese Phil Hogan ha occupato la casella,impegnandosi in prima persona per firmare quei trattati che vanno a deteriorare la situazione dell’agricoltura nazionale e senza mai mettere all’ordine del giorno la riforma della Pac. Hogan è esponente di un Paese che è famoso per due soli tipi di coltivazioni: le patate e gli sconti fiscali per le multinazionali interessate agli accordi di libero scambio e alle politiche hanno danneggiato la nostra competitività. Pronte a deviare sull’Irlanda i proventi dei mercati europei. Coincidenza? A pensare male si fa peccato, ma molto spesso si azzecca…

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