Da oggi sino al 15 marzo a Houston si svolgerà il CeraWeek, il più importante forum sull’energia al mondo. E non è un caso che a ospitarlo siano gli Stati Uniti di Donald Trump, divenuti protagonisti di una svolta nel mercato energetico globale sul fronte delle due commodities più importanti. Da un lato, il petrolio, di cui Washington è primo produttore globale e si appresta a diventare, scavalcando l’Arabia Saudita, primo esportatore. Dall’altro, il gas naturale, cruciale nella strategia di energy dominance perseguita dall’Amministrazione Trump, che punta ad amplificare le esportazioni di Gnl statunitense erodendo la dipendenza europea dal gas russo.

“Questa è la prima CeraWeek in cui il più grande produttore di petrolio è il Paese che ospita la conferenza, ovvero gli Stati Uniti d’America”, ha osservato il premio Pulitzer Daniel Yergin, fondatore dell’evento, che cade in un contesto di ripresa dello shale oil a stelle e strisce e in una fase di estrema volatilità per i prezzi delle materie prime energetiche. Considerando, a livello aggregato, gas e petrolio “la produzione Usa di petrolio e gas ha raggiunto il livello record di 12,1 milioni di barili al giorno, eclissando Russia e Arabia Saudita lo scorso anno”, sottolinea l’Agi. Mosca ha dovuto avvicinarsi all’Opec per contrastare le mosse di Washington, che a sua volta ha lavorato per colpire al cuore le prospettive nei mercati energetici internazionali di due rivali strategici, entrambi membri del cartello: Iran e Venezuela.

E proprio la Repubblica islamica e la Repubblica bolivariana saranno oggetto di importanti discussioni in un evento che, non a caso, avrà come relatore principale Mike Pompeo, Segretario di Stato dell’amministrazione Trump e principale fautore del contenimento anti-iraniano e del tentativo, per ora infruttuoso, di scalzare dal potere Nicolas Maduro a Caracas, sostituendolo con il fantoccio Usa Juan Guaidò. La mossa delle sanzioni statunitensi ha spinto progressivamente entrambi i Paesi fuori dai mercati internazionali dell’energia: l’export di petrolio iraniano si aggira oggi su 1,1 milioni di barili al giorno, da 2,5 milioni la scorsa primavera, e tra gli acquirenti residui Italia e Grecia hanno progressivamente cessato di acquistare petrolio dall’Iran, nonostante Roma e Atene siano tra i Paesi, gli unici dell’Unione Europea, esentati fino a maggio dalle sanzioni Usa,  come dichiarato dal Ministro iraniano del petrolio, Bijan Zanganeh. Nella Repubblica Bolivariana in pieno caos, il tracollo riguarda la produzione aggregata, scesa attorno a 500mila barili al giorno.

Carlos Vecchio, rappresentante negli Usa dell’autoproclamato Guaidò, sarà presente al vertice sull’energia, a cui non mancheranno i ministri deputati ai temi energetici di tre nazioni fortemente allineate all’agenda di Washington, Polonia, Brasile e Israele, che incontreranno l’omologo statunitense Rick Perry. L’energia torna al centro della grande strategia statunitense e valorizza il suo ruolo di determinante degli equilibri geopolitici. Gli Stati Uniti sono pronti a giocare un ruolo di peso e a contrapporre le dimensioni del loro mercato e la loro capacità produttiva alla sempre meno salda tenuta dei loro avversari nel contesto internazionale. E un evento come il CeraWeek è perfetto per palesare al mondo le intenzioni dell’amministrazione Trump.

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