Nel 2021 le esportazioni del Qatar in Unione europea hanno raggiunto i 6,9 miliardi di euro, trainate dalla crescente domanda di gas. Nello stesso lasso di tempo Doha ha importato dai Paesi membri dell’Ue beni per un valore di 8,5 miliardi, tra auto, turbine, elettronica e prodotti di lusso. Nei primi dieci mesi del 2022, l’Europa ha inoltre importato 12,5 miliardi di metri cubi di metano provenienti dall’emirato arabo, la metà dei quali approdati in Italia. Insomma, prima che si accendessero le luci dei riflettori sui Mondiali di calcio organizzati dal Qatar, e conseguentemente sullo stato dei diritti umani in questo Paese, a tutti piaceva stringere accordi con la famiglia Al Thani. Accordi legittimi, sia chiaro, stipulati tanto a livello governativo quanto a livello privato, ovvero tra il principale forziere qatariota, il fondo sovrano Qatar Investment Authority (QIA), e le più grandi multinazionali, brand nonché aziende europee.

Eppure, anche quando il club calcistico del Barcellona stringeva accordi con la Qatar Sports Investments (QSI), un’organizzazione di partecipazione azionaria chiusa fondata nel 2005 e con sede a Doha, e trasformava le sue magliette in cartelloni pubblicitari per sponsorizzare, prima la Qatar Foundation e poi la compagnia aerea qatariota, la Qatar Airways, in Qatar la situazione relativa ai diritti umani era più o meno la stessa di quella odierna. In quel caso, però, dal 2010 al 2016 le classe blaugrana si riempirono di oltre 170 milioni di euro.

Nessuno si preoccupava più di tanto quando il Qatar tesseva la sua ragnatela in giro per il Vecchio Continente mettendo le radici nel mondo dello sport. Emblematico il caso del Paris Saint German, mediocre squadra calcistica francese acquistata dalla QIA – controllata, appunto, dall’emiro qatariota Tamim bin Hamad Al Thani, e data in gestione a Nasser Al Khelaifi – e trasformata in una Disneyland del pallone a son di investimenti multi milionari (1,5 miliardi in dieci anni). Ma non c’è, ovviamente, soltanto il pallone nel portfolio economico di Doha. Il calcio, per il suo soft power, è soltanto la punta dell’iceberg, il mezzo iniziale per conseguire precisi obiettivi geopolitici.

Il “business religioso” nei Balcani

L’opinione pubblica ha iniziato a scuotersi maggiormente intorno al 2019, quando si è fatta luce sul ruolo giocato da numerose ong islamiche finanziate dai Paesi del Golfo tra loro rivali. Arabia Saudita e Qatar sono i due attori principali della disputa, combattuta a colpi dei soliti investimenti milionari e opere di bene.

Qatar Charity ha finanziato numerosi progetti, come il centro islamico Al-Fajr e la scuola albanese-qatariota a Tirana, o concesso microcrediti ai più poveri, nel caso della Bosnia o, ancora, si è presa carico dell’assistenza di bambini orfani in Kosovo. Tutto molto bello ma, data la povertà dei territori devastati dalla guerra, le ong islamiche non hanno avuto grandi difficoltà nell’imporsi nell’intera regione svolgendo attività di proselitismo in campo sociale, educativo e religioso.

In Kosovo, ad esempio, nel 1999 c’erano circa 200 moschee, mentre oggi ce ne sono più di 800; un numero spropositato e ingiustificato, visto che non si riscontrano particolari esigenze da parte della comunità locale, assai contenuta. A Pristina, sempre in Kosovo, Qatar Charity aveva in mente di costruire una grande moschea, un colosso da 25 milioni di euro e dotato di centri commerciali. A finanziare il tutto, adesso, sarà la Turchia. Ankara, oggi, si è infatti sostituita all’opera di proselitismo qatariota nei Balcani dopo che Doha è stata messa all’angolo dagli altri paesi del Golfo e accusata di collusione con i terroristi islamici. Sport e religione sono tuttavia l’antipasto di un pranzo, quello qatariota, molto più ricco di quanto non si possa immaginare.



Gli affari del Qatar a Londra

Il QIA ha un portafoglio di acquisizioni e investimenti invidiabile. Elencare ogni singolo affare, con ogni singolo Paese o azienda europea, avrebbe poco senso. Al contrario, può essere utile focalizzare l’attenzione sugli acquisti degli asset più rilevanti per la loro influenza, non solo in termini economici ma anche politici-finanziari.

Prendiamo Londra, tra i massimi hub finanziari globali. Londra è una città che ha perso la sua anima. Gli indicatori economici e finanziari la rendono una delle capitali più ambite del mondo. Il cuore del Regno Unito, in cui vivono poco più di 8 milioni di persone, continua a battere solo affidandosi a generosi investitori stranieri. I nuovi padroni di Londra vengono dal Medio Oriente e dall’Estremo Oriente. Sono sceicchi e cinesi. Sono loro che hanno modificato la geografia della City e che, nel giro di pochi anni, potrebbero apportare cambiamenti repentini anche la cultura del paese. 

Il Qatar è in cima alla lista. Il suo fondo sovrano ha immesso un’enorme quantità di denaro nel mercato dell’UK. In che modo? Acquistando il 20% della Borsa di Londra, Canary Wharf, Harrods. E ancora: il 22% di Sainsbury, il 6% della nota banca Barclays, il 20% della Heathrow Airport Hodlings e il 25% dell’International Airlines Group.

Stiamo parlando, come già detto, di affari legittimi ma che evidenziano il profondo legame instauratosi tra Europa e Qatar. Certo, poi ci sono questioni più torbide. Come la storia della valigia contenente un milione di euro in contanti recapitata da Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani, l’ex primo ministro qatariota, a Carlo III. La vicenda, esplosa nel giugno 2022, si è poi sgonfiata. “Le donazioni di beneficenza ricevute dallo sceicco Hamad bin Jassim sono state immediatamente trasferite a uno degli enti di beneficenza del principe che ha svolto il lavoro appropriato e ci ha assicurato che sono state seguite tutte le procedure corrette”, ha tagliato corto Clarence House.

I legami con Francia e Germania

La nazionale di calcio tedesca ha pensato bene di inaugurare il suo mondiale in Qatar, prima della sfida contro il Giappone, posando con una mano davanti alla bocca nella per la classica foto di rito pre partita. Il punto è che, mentre i campioni della Die Mannschaft protestavano così contro la censura qatariota sulla questione dei diritti civili, umani e della condizione dei lavoratori nell’emirato arabo, la Germania, soltanto poche settimane prima, aveva stretto un ricco accordo niente meno che con la compagnia petrolifera e del gas statale del Qatar. Qatar Energy ha accettato di inviare alla Germania due milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL)  all’anno, a partire dal 2026 e per i prossimi 15 anni.

Ma la presenza di Doha nell’economia tedesca è in realtà molto più profonda, visto che la famiglia Al Thani controlla porzioni strategiche del core business economico di Berlino. Citiamo il 17% di Volkswagen, il 10% di Porsche, oltre il 6% di Deutsche Bank.

La Francia è la seconda destinazione per gli investimenti del Qatar, dove l’emirato vanta un patrimonio di oltre 26 miliardi di dollari e la creazione di circa 72.000 posti di lavoro. Nel 2015, alla fine del mandato di Francois Hollande come presidente francese, Parigi ha firmato con Doha un contratto di armi per la consegna di almeno 36 aerei da guerra francesi Rafale. Oltre all’acquisizione del Psg, l’impronta del Qatar nell’economia francese comprende investimenti di portafoglio o partecipazioni in società come LVMH (Moet Hennessy Louis Vuitton), Balmain, Valentino, Le Printemps, TotalEnergies e tante altre.

Insomma, Francia e Germania, due dei Paesi più critici nei confronti del Qatar e del suo mondiale, hanno passato gli ultimi anni, anzi mesi, a stringere accordi con Doha. Una domanda sorge spontanea: il Qatargate danneggerà l’immagine del Qatar oppure, grazie agli enormi investimenti già realizzati in Europa dall’emirato, il terremoto europeo travolgerà soltanto i rappresentanti delle istituzioni europee?

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