Mentre la Cina di Xi Jinping e gli Usa di Donald Trump preparano una tregua natalizia nella guerra dei dazi, l’Unione Europea brancola nel buio sulla definizione della sua futura politica commerciale. Presto, infatti, dovranno essere prese risposte operative per la manovra americana approvata dal Wto in seguito al riconoscimento dei finanziamenti franco-tedeschi ad Airbus come “aiuti di Stato” illegittimi.

Essendo la politica commerciale europea unificata, i dazi preparati dall’architetto delle trade war Robert Lighthizer colpiranno indistintamente all’interno del mercato unico, includendo giocoforza nel bersaglio anche Paesi esterni all’asse renano attorno cui ruota l’Ue odierna. E per dimensione e rilevanza economica è naturale che anche l’Italia finisca coinvolta.

La lista preparata dalla burocrazia della Casa Bianca include dazi su prodotti dal valore complessivo di 7,5 miliardi di euro. 450 milioni di euro riguardano prodotti italiani, fortemente esportati negli States, del settore enogastronomico. Nel mirino, sottolinea il Corriere della Sera, “Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Pecorino (i formaggi valgono 312 milioni di dollari di export); il comparto degli aperitivi e dei liquori (163 milioni di dollari), i salumi (circa 50 milioni di dollari). I vini italiani, (controvalore di oltre 2 miliardi di dollari), non sono stati inseriti. Per il momento i dazi non anno avuto un impatto sui prezzi. Ma la grande distribuzione sta esaurendo le scorte”.

Il settore primario, importante per le esportazioni nazionali, rischia un nuovo, duro colpo. Tra ricorsi e trattative l’Europa ha guadagnato tempo fino a febbraio per presentare le sue osservazioni a Lighthizer e Trump. Il 15 febbraio sarà pubblicata una nuova lista aggiornata. Per l’Italia scattano due mesi verità, fondamentali per rosicchiare margini di manovra e cercare di porre sotto protezione filiere importanti dell’agroalimentare e dell’export.

Certo, come scrive Il Sussidiario, “l’Europa potrebbe difendersi molto meglio e soddisfare le proprie ambizioni politiche se avesse un’economia più equilibrata, meno spostata sulle esportazioni, se fosse un sistema più coeso e non ci fossero differenze economiche così marcate tra Paesi membri”. Ma il mondo oggi propone un sistema in cui le esportazioni sono il mantra dominante e in cui Roma si trova a dover essere piattaforma produttiva in campo industriale e, al tempo stesso, ad affidarsi a pochi settori di nicchia negli altri campi.

Al costo diretto dei dazi su 450 milioni di export dovrà aggiungersi il danno di filiera in campo manifatturiero per le conseguenze dei dazi sulla Germania. Iniziare a limitare i danni in campo agroalimentare sarebbe positivo, e Roma deve iniziare portando la difesa dei nostri marchi di punta in cima alle priorità delle negoziazioni Ue, cercando al contempo sponda oltre Atlantico facendo leva sull’estraneità italiana al consorzio Airbus. Rivale, a ben guardare, anche dei player italiani della Difesa e dell’aerospazio come Leonardo, che da un ridimensionamento di Airbus avrebbero da guadagnare.

Ma intanto, se il momentaneo periodo di respiro sui prezzi dovesse proseguire, chi spiegherà ai produttori italiani caseari e agricoli che devono vedere la loro attività ridimensionata per la volontà di potenza di Parigi o Berlino? Chi li ricompenserà politicamente ed economicamente? Tali domande resteranno senza risposta. A meno che a cavallo dei due anni Roma sappia far qualcosa per smuovere il macigno da mezzo miliardo di euro posizionato dalla Casa Bianca sulla sua strada.

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