Se la pandemia da coronavirus si è abbattuta con la stessa virulenza su Stati Uniti ed Europa, ad un anno dall’inizio della crisi le risposte delle due sponde dell’Atlantico iniziano ad apparire profondamente differenti.

Il boost all’economia americana

Mentre il presidente degli Stati Uniti Biden avanza verso quota 100+100 (100 milioni di vaccinazioni e 100 milioni di assegni Covid) l’Europa arranca dietro una domanda che si mantiene debole, una spesa pubblica timida e imprese sotto la scure delle restrizioni. Ma soprattutto il vecchio continente resta impantanato in una campagna vaccinale lenta ed estenuante. Queste premesse sono sufficienti per prevedere che gli Stati Uniti potrebbero riuscire a colmare il loro gap di crescita entro il prossimo anno, con segnali significativi già nella seconda metà del 2021: responsabile di questo miracolo, oltre alla campagna vaccinale, il pacchetto di spesa da 1,9 trilioni di dollari che sancisce l’inizio di una nuova era di big government. Al contrario, nei 19 Paesi della zona euro, la combinazione tra una spesa extra per i regimi di welfare esistenti, i ritardi nelle vaccinazioni e la politica fiscale insufficiente avrà un impatto devastante nei prossimi trimestri, rasentando una crescita che sarà circa la metà di quella d’Oltreoceano.

Secondo il Financial Times la Fed potrebbe a breve ufficializzare questo stato di cose quando verranno rese pubbliche le stime di crescita aggiornate: i tassi attesi potrebbero essere ben più generosi rispetto alle stime del dicembre scorso, a seguito dell’effetto combinato di economic stimulus e campagna vaccinale. Nel frattempo, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD), proprio la scorsa settimana, ha reso pubbliche le sue previsioni: per gli Usa gli stimoli di Biden produrranno una crescita del 6,5% quest’anno, seguita da un 4% nel 2022. L’Europa, invece, seguirà con un 3,9% nel 2021 ed un previsto 3,8% il prossimo anno. Buona parte delle potenzialità di questa ripresa, al netto delle scelte di Washington, risiede nel bilancio delle famiglie americane che potrebbero galvanizzarsi a causa del sostegno economico governativo combinatosi ad un’economia che torna a ruggire. Corsi e ricorsi storici, insomma.

Le criticità europee

L’Europa, invece, sembra invece viaggiare ad una velocità nettamente diversa: la lenta distribuzione dei vaccini, le misure economiche ancora non a regime e la recrudescenza della pandemia da gennaio ad oggi sembrano, dunque, costringere l’Ue a dover rincorrere più a lungo i ritmi di crescita pre-2020. Il destino dell’Eurozona sembra dunque essere quello di una doppia recessione con tassi di disoccupazione alle stelle, come mostra, ad esempio il caso spagnolo con un tasso al 16%. Il rallentamento dell’Europa è in parte il risultato della sua macchina farraginosa: i 27 governi sovrani dell’Unione europea hanno stabilito le proprie politiche fiscali, hanno impiegato mesi di negoziati l’anno scorso per concordare un fondo comune di recupero, le proposte su come spendere il denaro sono ancora in fase di elaborazione e probabilmente i fondi non inizieranno a essere distribuiti fino alla seconda metà dell’anno.

C’è da dire, però, che il piano di ripresa dell’Unione non guarda esclusivamente all’oggi: il denaro sarà speso da qui al 2027, con più della metà dei fondi destinati alla modernizzazione come la digitalizzazione e la lotta al cambiamento climatico. Non solo è il più grande pacchetto di stimoli mai realizzato dall’UE, ma il fondo di recupero è finanziato da obbligazioni garantite congiuntamente, la prima volta che l’UE ha accettato una misura del genere. Si tratta di una misura temporanea, ma i funzionari della Banca centrale europea sperano che alla fine porterà a una capacità fiscale congiunta permanente, effettivamente l’equivalente del bilancio federale degli Stati Uniti. Tuttavia, non tutti sono pronti a scommettere su questo approccio, paventando una ripresa in sordina, una disoccupazione più alta, cicatrici economiche più profonde.

Un gap ineluttabile?

Ma poiché il 2020 ha insegnato che l’imponderabile è sempre dietro la porta, non è detto che l’Europa sia destinata a boccheggiare a causa del divario con gli Stati Uniti. Gli stimoli introdotti da Biden, infatti, incontrano molti detrattori pronti a giurare che queste elargizioni eccessive possano “drogare il sistema” e, nel lungo periodo, aggravare la povertà endemica proprio come accadde dopo anni di Great Society johnsoniana.

Inoltre, nello stimulus previsto da Biden sembra compiersi un errore ciclico nel sistema americano: il contenimento del Covid-19 e il sistema sanitario figurano rispettivamente al 6 e 7 posto in ordine di fondi ricevuti. È questa una scelta lungimirante? Ma soprattutto, cosa accadrà fra due anni qualora si rimescolassero le carte al Congresso? Al netto delle differenze strutturali tra le due realtà, va comunque sottolineato che non è solo l’attuale crescita del PIL che conta: è importante che la produttività sia generata in modo sostenibile e che il PIL sia distribuito in modo più equo, e su questo gli Stati Uniti zoppicano non poco. E su questo punto l’Europa ha l’occasione storica di dimostrare di poter fare meglio.

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