A un mese dalla presa talebana di Kabul, avvenuta a Ferragosto, gli Stati Uniti hanno risposto annunciando il 15 settembre scorso l’alleanza Aukus, a cui Joe Biden e la sua amministrazione danno un’importanza strategica fondamentale.

Sotto assedio per la rotta afghana, costretto a caricarsi sulle spalle le responsabilità accumulatesi durante i vent’anni precedenti per la condotta Usa nel Paese, colpito dall’aumento dei casi di Covid-19 negli Stati Uniti dopo che la tambureggiante campagna vaccinale si è bloccata, indeciso sul futuro dei grandi piani di stimolo economici, affiancato da una vicepresidente, Kamala Harrisin continuo tracollo di consensi e popolarità, pressato a sinistra dai radicali democratici e a destra dal Partito Repubblicano Biden a fine agosto pareva un pugile suonato messo all’angolo e in inferiorità numerica.

Con Aukus, il presidente degli Stati Uniti è riuscito in un colpo solo ad ottenere una serie di risultati non secondari sul piano tattico: ha in un certo senso riportato al centro la priorità strategica di Washington, ovvero il contenimento della Cina; ha voltato pagina a livello politico dopo le critiche di agosto; ha ripreso, perlomeno temporaneamente, il controllo dell’agenda. Il tempismo tra l’annuncio congiunto con i premier di Australia e Regno Unito, Scott Morrison e Boris Johnson, la visita di quest’ultimo a Washington e i preparativi per la riunione del Quad con Morrison e i leader di India e Giappone, Narendra Modi e Yoshihide Suga, è parso ben congegnato. E questo, in un certo senso, dà a Biden una fase di respiro per affrontare le scadenze più imminenti, di natura soprattutto interna.

Puntare all’esterno per compattare l’interno

Il fallimento del referendum contro l’amministrazione democratica in California, in tal senso, ha sminato il primo ostacolo politico che Biden avrebbe dovuto affrontare dopo lo smacco afghano. Nonché il più facile, va detto: ma l’agenda per le prossime settimane sarà ricca e insidiosa per la Casa Bianca.

Nella giornata del 22 settembre la Camera dei Rappresentanti ha dato il via libera e passato al Senato, ove l’aspetta la prova più dura, la proposta di legge per elevare oltre quota 28,76 trilioni di dollari il limite federale del debito pubblico che può impedire a Washington il problematico shutdown del governo a partire dal prossimo 1 ottobre. Questa è solo una delle partite-verità che aspettano Biden nei mesi a venire. In questo contesto, sarà particolarmente importante sapere se il Congresso passerà il progetto Build Back Better di sviluppo industriale ed infrastrutturale, che punta a quadruplicare o quintuplicare i 566 miliardi di dollari stanziati nel disegno di legge passato al Senato in asse con i Repubblicani. Un progetto decisivo per le strategie di transizione ecologica, sviluppo industriale, potenzialmente del welfare del presidente in vista della quale servirà l’intera unità del Partito Democratico, impossibile da conseguire in una fase di crisi di legittimità per il comandante in capo.

Biden in quest’ottica ripete un canovaccio caro ai leader Usa dell’era post-Guerra Fredda: compattare la propria base politica puntando a conseguire risultati di politica estera per promuovere un’agenda legata essenzialmente al fronte interno. Bill Clinton fu accusato di aver intensificato l’enforcement dell’embargo all’Iraq durante il processo di impeachment per il caso Lewinsky; Barack Obama combinò le fasi di maggior attivismo sul fronte interno (dalla promozione dei piani anti-crisi alla battaglia per l’Obamacare) all’interventismo più spinto sul fronte estero; Donald Trump sfruttò la fase di consenso comune nei suoi confronti in seno al Partito Repubblicano nell’aprile 2017 per presentare il complesso piano di riforma fiscale che avrebbe trasformato in legge grazie alla maggioranza nei due rami del Congresso entro fine anno.

Una sfida a tutto campo

Per Biden il potenziale ribaltamento di fronte rischia di essere ancora più ampio: messo all’angolo da uno smacco storico per gli Usa, il presidente a poche settimane di distanza ha risposto con un non meno importante progetto di portata strategica globale, e questo può aiutare a rinvigorire la sua leadership in campo democratico ma anche a permettere la riapertura di un dialogo a tutto campo con quei Repubblicani moderati i cui voti appaiono fondamentali per depotenziare la fronda ripetutamente messa in campo dai radicali di sinistra. In quest’ottica, non è un caso che il presidente si sia concentrato sui dividendi in termini scientifici, tecnologici, economici, e non solo militari, della partnership Aukus nel presentare la nuova agenda indo-pacifica: si vede in ciò un tentativo di collegare le scelte di politica estera alle possibili ricadute interne che causeranno e alle prospettive di creazione di benessere, posti di lavoro, sviluppo congiungendole, è questo l’implicito, agli effetti dei grandi piani su cui la presidenza si gioca il suo futuro.

Una scommessa importante quella del Presidente Usa, che è deciso a rilanciarsi assieme alla sua agenda di medio-lungo periodo trasformando i risultati tattici in un chiaro obiettivo strategico: riassorbire i colpi subiti in Afghanistan anestetizzandone le conseguenze apparentemente più gravi. La Cina, al centro in ogni dibattito sulle future politiche degli Usa in questa fase, e la contrapposizione alle sue prospettive geostrategiche sono uno dei rari terreni di confronto in cui la politica americana esprime una voce comune, identificandola come il rivale strategico per eccellenza. E questo offre la sponda per estendere anche ad altri campi apparentemente scollegati le discussioni sul futuro dell’America, permettendo a Casa Bianca, Congresso e partiti di consolidare il loro dialogo.

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