Si chiama Global Gateway, ed è il tentativo europeo di lanciare un piano di investimenti esteri sulla falsa riga della Belt and Road Initiative (BRI) cinese architettata da Xi Jinping. Anche se il progetto, approvato dai capi di dipartimento della Commissione europea nei giorni scorsi, dopo essere stato annunciato lo scorso 15 settembre da Ursula von der Leyen, non cita espressamente la Cina, appare evidente quale sia la sua funzione: arginare l’influenza economica e politica generata dalla Nuova Via della Seta di Pechino. Soprattutto nelle aree più strategiche del mondo e in quelle regioni dove sorgono i Paesi in via di sviluppo, decisivi per orientare le grandi questioni internazionali in seno alle agenzie Onu.

Global Gateway prevede l’investimento di circa 320 miliardi di euro da qui al 2027 al fine di finanziare infrastrutture e servizi in molteplici nazioni sparse in più continenti. È evidente la contrapposizione con la BRI, visto che pure il progetto della Cina, nei fatti, agisce adottando le medesime modalità. Attraverso relazioni sempre più stringenti, tanto diplomatiche quanto economiche, Pechino auspica di creare un mondo interconnesso nel quale il suo immenso mercato possa interagire con tutti gli altri. Per farlo, il gigante asiatico ha dato fondo alle sue infinite riserve di denari e ha iniziato a costruire o modernizzare infrastrutture estere, tra cui porti, autostrade e ferrovie.

L’impatto della Bri è evidente in alcune porzioni di mondo, in primis Africa, Asia Centrale e Sud-Est asiatico. Ma la Bri, oltre ad avere un influsso economico sugli attori coinvolti, ne esercita anche uno diplomatico. Già, perché al netto di ogni possibile trappola del debito, quando la Cina finanzia a sue spese la costruzione di una ferrovia in un poverissimo Paese africano, quest’ultimo non può far altro che essere grato al Dragone. Del resto, prima di allora, nessuno aveva mai riposto fiducia su quello Stato, magari governato da leader corrotti e disinteressati ai diritti umani.

Il piano di Bruxelles

Stroncare un simile meccanismo, e al tempo stesso minare l’influenza cinese sull’economia globale, non sarà affatto un’impresa facile. In ogni caso, c’è chi ha già definito il Global Gateway una sorta di Via della Seta europea, un’etichetta a dire il vero troppo ambiziosa vista la complessa architettura che sorregge la Bri di Xi. Scendendo nel dettaglio, il piano di Bruxelles prevede l’investimento di 300 miliardi di euro tra fondi pubblici e privati, da impiegare entro il 2027 in varie porzioni di mondo. L’intenzione finale dovrebbe essere quella di costruire infrastrutture tradizionali – autostrade, impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili e reti elettriche – ma anche rinforzare servizi vitali per il sostentamento di un Paese, quali il servizio sanitario e d’istruzione.

L’idea è senza ombra di dubbio interessante, ma emerge subito un enorme gap tra la “Bri europea” e la sua versione originale made in China; un gap che non permette di paragonare le due iniziative. Calcolatrice alla mano, il Global Gateway impiegherà appena un quarto di quanto ha intenzione di spendere la Cina per la Belt and Road Initiative da qui al 2027. Secondo quanto riportato dal Financial Times, 135 dei 323 miliardi di euro arriveranno dal Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile (EFSD), ovvero un fondo della Commissione europea dedicato ai finanziamenti esteri per lo sviluppo sostenibile. La Banca europea per gli investimenti – soggetto incaricato di finanziare gli investimenti necessari al raggiungimento degli obiettivi politici dell’Ue – metterà sul tavolo 25 miliardi, mentre 18 miliardi deriveranno da programmi europei di assistenza esterna. Restano 145 miliardi, che dovrebbero provenire da varie istituzioni europee per lo sviluppo fin qui non meglio specificate. Nebbia fitta su chi saranno i Paesi beneficiari di questi soldi e sulle modalità di gestione.

I fratelli della Bri: tra fallimenti e opportunità

Spiegato come agisce il modello cinese, non resta che interrogarci sul funzionamento di Global Gateway. È ancora il Financial Times ad anticiparlo, facendo l’esempio dell’Africa, un continente dove l’influenza cinese è in costante aumento, ma dove vari progetti del Dragone non sono andati a buon fine. In prima battuta, l’Ue cercherebbe di investire nel Continente Nero per produrre energie rinnovabili. A questo proposito, si parla di 2,4 miliardi di euro da destinare all’Africa subsahariana e 1 altro miliardo per coprire il Nord Africa per produrre idrogeno rinnovabile. Potrebbe così crearsi una sorta di relazione win-win: l’Ue riceverebbe una risorsa energetica che le consentirebbe di accelerare la corsa verso la neutralità climatica e il saldo zero delle emissioni nette; i governi africani, dall’altro lato, incasserebbero lauti compensi per esportare idrogeno.

Bisogna tuttavia considerare che, almeno fino a questo momento, tutte le alternative pensate per stoppare l’avanzata cinese si sono rivelate autentici buchi nell’acqua, o comunque non hanno ancora avuto l’impatto desiderato. Citiamo due esempi emblematici: la Foip e B3W. La Free and Open Indo-Pacific Stretegy (Foip) è stata presentata dal Giappone nel 2016, e può essere tradotta in italiano come Strategia indo-pacifica libera e aperta. L’obiettivo di Tokyo era – e rimane – quello di unire economicamente e politicamente due continenti, l’Asia e l’Africa, e altrettanti oceani, il Pacifico e l’Indiano, così da creare una piattaforma attraverso la quale portare ordine in una regione particolarmente turbolenta. Il progetto è ancora in piedi ma sta avanzando a rilento.

Il Build Back Better for the World (B3W) è invece il piano da quasi duemila miliardi di dollari degli Stati Uniti di Joe Biden che mira a “costruire un mondo migliore” offrendo ai Paesi a basso e medio reddito un’alternativa alla Bri cinese per lo sviluppo delle loro infrastrutture. Dopo una complessa fase esplorativa, entro gennaio Washington dovrebbe annunciare una decina di progetti da imbastire tra Africa, America Latina e Sud-Est asiatico, ma ancora non sappiamo quale sarà il reale impatto di B3W sull’economia globale. Adesso è tutto pronto per la discesa in campo di un’altra, nuova “Via della Seta” alternativa: sarà finalmente la volta buona?

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