Il governo italiano ha negli scorsi giorni introdotto un’innovativo strumento nel sistema fiscale italiano: il cashback. Utilizzando l’applicazione denominata Io e grazie all’incrocio dei dati con gli istituti bancari e con le piattaforme di pagamento digitale, i cittadini possono in questo modo vedersi restituito sotto forma di credito sino al 10% delle spese effettuate presso le rivendite fisiche e sino ad un massimo di 150 euro pro capite.

Attivo da nemmeno un mese, lo strumento messo in campo dal ministero dell’Economia ha già suscitato molti dibattiti, dapprima all’interno del panorama italiano e, adesso, anche a livello europeo, con i primi richiami arrivati anche dalle alte sfere della Banca centrale europea. In uno scenario che, nei prossimi mesi, potrebbe mettere lo stesso governo italiano in difficoltà non soltanto nei confronti dei cittadini (le risorse stanziate parrebbero non essere sufficienti), ma anche nei confronti delle istituzioni dell’Eurozona.

La bocciatura di Yves Mersch

In una nota scritta a nome di tutta la Bce e come riportato da Il Foglio, Yves Mersch ha infatti aspramente criticato la misura di cashback, soffermandosi in particolare sui grandi limiti della mossa messa in atto dal governo italiano. E la natura delle osservazioni non si è limitata al “semplice” aspetto sociale – già messo in rilievo nel mondo economico italiano e secondo il quale i benefici maggiori saranno ottenuti dalle famiglie con una già elevata capacità di spesa – ma si è estesa anche alle questioni tecnico-pratiche ed a quelle legate ai costi dell’utilizzo della moneta elettronica e digitale.

Come riportato invece da Businessinsider, la lettera è stata consegnata in copia anche al direttore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, a chiaro segnale di come la Bce abbia preso molto seriamente la questione cashback. Tuttavia, fonti del ministero dell’Interno hanno già fatto sapere come le critiche rivolte alla misura di rimborso provengano da un esponente uscente (come non ha mancato di sottolineare invece Il Fatto Quotidianodella board di Francoforte e rappresentante di una corrente di pensiero tradizionale destinata ad esaurirsi nell’arco di pochi anni. In virtù di ciò – e anche a causa della natura di osservazione che ha avuto la lettera – le critiche rivolte sarebbero state sproporzionate e soprattutto infondate; sebbene forse le parole delle alte sfere della gerenza bancaria europea avrebbero dovuto accendere più di un campanello d’allarme all’interno del Mef.

Il contante non ha costi (e funziona sempre)

Come sottolineato nella lettera di Mersch, uno dei compiti della vigilanza bancaria europea è quello legato alla concorrenza leale tra tutti gli strumenti di pagamento, in quanto il cittadino deve essere – nei limiti della legge – libero di scegliere lo strumento di pagamento a lui più comodo e conveniente. “Promettere” un rimborso a fronte di un pagamento tracciabile implica di conseguenza un tentativo di disincentivare l’utilizzo del contante, mettendo in atto dunque un comportamento scorretto nei confronti del più classico degli strumenti di pagamento conosciuti.

Mentre già solo questo punto sarebbe però sufficiente alla Bce per mettere in campo un richiamo formale all’Italia, le critiche si sono estese anche alle conseguenze del comportamento tenuto da Roma. Il denaro contante, infatti, è e rimane l’unico strumento di pagamento esente da costi di sistema e di utilizzo sia per il consumatore che per gli esercenti- A differenza degli strumenti elettronici e digitali che, a monte o a destinazione, presentano dei costi di gestione talune volte anche non indifferenti. E in questo scenario, dunque, incentivare l’utilizzo della moneta elettronica senza riformare il sistema dei costi a carico dei fruitori del servizio rischierebbe di avere un impatto negativo sul lungo periodo sull’economia.

Infine, il denaro contante ha un ulteriore vantaggio: è valido sempre e comunque. Durante un blackout, in assenza di rete internet, dopo una frode di dati che ha obbligato ente emittente della carta o consumatore al suo blocco e persino in presenza di crisi bancarie come quelle che colpirono la Grecia all’inizio dello scorso decennio. Qualsiasi cosa accada, il contante può essere sempre utilizzato come mezzo per la compravendita, anche in situazioni di particolare criticità che impediscono l’utilizzo degli strumenti di pagamento elettronici o innovativi (ed anche nella misura in cui i saldi bancari siano stati momentaneamente bloccati).

Non tutti possono permettersi una carta di credito

Un’altra osservazione – già messa in evidenza dai professionisti del settore – è quella relativa al fatto che molti italiani sono di fatto esclusi dalla possibilità di accedere a questo rimborso in quanto non titolari né di un conto corrente né di una carta di credito. Tutto questo, dovuto talune volte alla presenza molto forte dell’economia informale ed altre volte a precedenti esperienze non rosee nell’impresa, contribuisce di conseguenza ad una ineguaglianza di fondo nel trattamento riservato ai contribuenti. E in ultima battuta, soprattutto, tende a favorire coloro che hanno una maggiore capacità di spesa, facendo gravare una liquidità diretta immessa nell’economia sulle spalle dei ceti meno abbienti della popolazione.

La crisi ci insegna che il contante è molto importante

Concludendo, impossibile non toccare un argomento che da sempre ha spinto determinate fasce della popolazione e della politica italiana ad attaccare l’utilizzo del denaro contante: l’evasione fiscale. Storicamente, infatti, le banconote sono state lo strumento perfetto per operare sottotraccia ed al di fuori del sistema bancario e sono state lo strumento di pagamento principale per le operazioni di evasione fiscale se non addirittura di attività illecite.

Tuttavia, anche questa “difesa” non è del tutto corretta (e gli scandali di riciclaggio che hanno colpito le maggiori banche europee negli ultimi anni non ne sono che la più basilare prova) in quanto gran parte del riciclaggio avviene all’interno del tracciamento bancario. Semplicemente, viene mascherato da un apparato imponente di finte fatture volto a celare la reale origine e la reale destinazione dei fondi, mettendo gli attori nella condizione di “mettere al riparo” i fondi prima che la frode o l’evasione fiscale venga accertata.

Infine, il possesso di contante “sporco” – o meglio definito come “nero” – ha sempre messo i suoi titolari nella condizione di doversene liberare il più in fretta possibile, molto spesso tramite acquisti anche di ingenti montanti. E i prodotti acquistati (sui quali gravano comunque le imposte di valore aggiunto) permettevano il recupero almeno parziale di quanto era stato evaso, dando impulso stesso alla ripresa dei consumi (particolare che, mai come adesso, sebbene poco morale potrebbe essere discriminante per una ripresa più celere). In assenza del contante, però, tutto questo sarebbe più complicato, accrescendo le possibilità che gli utili non dichiarati finiscano in più sicuri paradisi fiscali esteri e privando lo Stato anche delle tasse indirette che avrebbero comunque prodotto e provocando, oltre al danno, anche una beffa alle tasche del Fisco (e dei cittadini onesti).

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