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Un “fiasco degli economisti“: così Federico Rampini dalle colonne del Corriere della Sera ha etichettato la problematica alla base dell’attuale fase di acuta volatilità economica che i governi occidentali non sono in grado di contenere. Il combinato disposto tra residui degli impatti economici della pandemia, carovita e conseguenze globali della guerra in Ucraina sta creando nelle maggiori economie del pianeta le premesse per una stagflazione, ovvero un combinato disposto tra un’inflazione feroce e dinamiche recessive.

Anzi, su queste colonne sottolineavamo che la fase in cui stiamo dirigendoci potrebbe essere quella di una stagnazione secolare, ovvero un ciclo di mancato sviluppo destinato a durare anni o decenni, saldandosi con le fasi precedenti dell’ultimo trentennio in un contesto unico di declino relativo rispetto ad altre aree del mondo.

Rampini nella sua analisi sottolinea che “non è la prima volta che la professione dell’economista esce malconcia dal test della realtà, anzi gli ultimi anni sono un susseguirsi di casi simili”: gli economisti “non seppero prevedere il 2008, sbagliarono ricette sull’Eurozona, previdero Apocalissi mai avvenute dopo Brexit e i dazi di Trump”. Rampini, che economista non è, compie un processo di eterogenesi dei fini tra scelte politiche e analisi economiche.

L’equivoco in cui il celebre editorialista sembra cadere è quello del superamento del lato sociale della scienza economica, ridotta a una serie di dinamiche matematiche e a flussi di dati. Ma l’economia è molto di più: è influenzata dall’emotività umana, dagli obiettivi geopolitici, dalle contingenze (clima e epidemie per fare un esempio) e, più di ogni altra cosa, dalla politica. Gli economisti che prevedettero la crisi del 2008, ad esempio, c’erano e avevano in Nouriel Roubini la loro punta di lancia: fu la cerchia delle grandi università, soprattutto anglosassoni, a metterli in disparte e assieme a loro i grandi quotidiani finanziari e l’alta politica. Da Wolfgang Munchau Paolo Savona, da Giulio Sapelli Thomas Piketty, poi, non mancarono gli studiosi che hanno in anticipo indicato la fallacia delle scelte, politiche prima ancora che basate su tesi da manuale economico, compiute prima della recessione da austerità nell’Europa dello scorso decennio. Brexit e dazi, poi, sono state spesso indicate come “deflagrazioni”, ma si sono inserite negli anni in una fase di crisi strutturale dell’ordine globale culminata nella pandemia.

Fu politica, negli anni precedenti Lehmann Brothers, la scelta di dopare i mutui subprime e la finanziarizzazione dell’economia americana; fu politica quella di introdurre le regole europee sul deficit al 3% del Pil nel Patto di Stabilità e di inserire concetti già sfatati nei decenni scorsi come l’output gap (confutato dall’italiano Piero Sraffa) e il tasso di disoccupazione “naturale” tra i parametri di valutazione delle economie nell’Unione Europea; è stata politica, e qui Rampini coglie il punto, la decisione di surriscaldare l’economia americana nel post-Covid con le politiche di Joe Biden che hanno immesso 1.900 miliardi di dollari in un sistema già in vigorosa ripresa, alimentando l’inflazione.

Il problema della scienza economica è stato, nell’ultimo ventennio, l’ibridazione con i princeps politici di turno e, soprattutto, la hybris di una disciplina che, a livello epocale, si è vista architetto della globalizzazione e ha cercato di conformare la realtà ai modelli più che compiere l’opposto. E così, prima del 2007-2008 in economia dominava l’avversione a ogni forma di intervento pubblico, mentre negli anni del quantitative easing globale è stata la generazione degli economisti formati come docenti nelle università a stelle e strisce a convertirsi sulla via del neo-keynesismo temprando le proprie posizioni. Qualche esempio: l’attuale consigliere economico del premier italiano Mario Draghi è Francesco Giavazzi, ex ultra-liberista convinto; negli Stati Uniti il Segretario al Tesoro è l’ex capo della Fed Janet Yellen, teorica della seconda fase meno interventista del quantitative easign; l’economista francese Olivier Blanchard, da posizioni simili a quelle di Giavazzi, ha sposato le tesi del “pragmatismo socialdemocratico” che a suo avviso Emmanuel Macron avrebbe cavalcato dopo la pandemia.

E proprio Blanchard, assieme all’ex segretario al Tesoro Usa Lawrence Summers, ricorda Rampini, è stato tra i pochi “a lanciare l’allarme inflazione all’inizio del 2021. Inascoltati, perché la maggior parte dei loro colleghi era del parere opposto: l’inflazione sarebbe stata una fiammata breve, una conseguenza del tutto temporanea della pandemia”. Va detto che né Blanchard né Summers hanno però per fare un esempio considerato il tema del superciclo delle materie prime in atto e sono pochi gli studiosi che hanno riflettuto sull’attrito creatosi tra economia reale e finanza, tra catene del valore e rapporti commerciali formali, tra Stati ad alto tasso di sviluppo e innovazione e Paesi esportatori di materie prime nell’era seguita al Covid-19.

L’economia non ha previsto la crisi? Può essere. Ma non lo ha fatto nemmeno la politica internazionale che spesso dell’ibridazione tra discipline in nome della “governance” e dell’indole tecnocratica dichiara di fare la propria forza. Come del resto denunciato da tempo, è il conformismo ad aver bloccato gli economisti. I quali hanno preferito gestire il lato “formale” della governance, l’esercizio del controllo sul “qui e ora”, la ricerca di un substrato teorico alle idee più in voga rispetto a un dato contesto all’analisi della complessità. Molto in quest’ottica ha fatto l’egemonia di pensiero della scuola marginalista e neoliberista che dai padri fondatori, Milton Friedman in testa, si è ibridata con il pensiero di altri studiosi come Robert Lucas per creare la “New Classical Economics”. Al cui interno, scrive Francesco Saraceno ne La scienza inutile, “con l’assunzione di aspettative razionali (è come se gli agenti conoscessero i modelli economici, ciò che permette loro di poter sconfessare, nei fatti, qualsiasi politica economica), con la riduzione dei cicli stessi a fenomeni di equilibrio, ci si è convinti che sia possibile fare economia senza teoria”.

E teoria vuol dire dinamismo e conflitto di idee. Negli Stati Uniti da diversi anni l’economista Michael Roberts cura il blog The Next Recession cercando di decostruire l’ibridazione tra “pigrizia” teorica, politicizzazione estrema dell’economia e passaggio degli studiosi da un conformismo all’altro per mettere la teoria e la prassi di fronte a problemi concreti spesso dimenticati: nell’analisi di Roberts priorità hanno il lavoro, gli oligopoli tecnologico-industriali e il loro potere, il rapporto tra politica, industria e finanza, ma potremmo aggiungere a questo anche i temi dell’approvvigionamento energetico, della risposta all’inflazione, della geopolitica. Gli economisti non hanno errato a “non prevedere”, hanno al massimo errato nel cessare di farsi trent’anni fa le dovute domande sul mondo. Assecondando il non fortunato motto di Francis Fukuyama sulla “fine della Storia”, salvo poi risvegliarsi assieme alla politica quando il ritorno dello Stato è emerso nel  mondo, ritenuto piatto, della globalizzazione. Se di colpa, come Rampini, si può parlare è un concorso di colpe. Tra politica ed economia. Entrambe di fronte alla necessità di tornare, una volta per tutte, a creare pensiero autonomo. Per immaginare non il mondo in forma contingente, ma il progresso del domani.

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