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La maxifusione tra Fiat-Chrysler Automobiles e il gruppo Renault, la cui concretizzazione sembrava di recente aver conosciuto un brusco stop, appare più vicina dopo la ripresa delle trattative tra il colosso francese e l’azienda italo-statunitense di diritto olandese. Jean-Dominique Senard, ad di Renault, ha ricevuto da cda della compagnia una nuova fiducia al suo mandato focalizzata proprio sulla realizzazione di una fusione che potrebbe dare vita al terzo gruppo mondiale dell’auto. Con 9 milioni di vetture prodotte ogni anno, la leadership del mercato americano e un aumento del margine in Europa, il duo Fca-Renault si preannuncia un game changer nel mercato di diverse vetture, dalle monovolume alle berline, complice la possibilità di sviluppare la piattaforma dinamica Cmf (Common module family) che è nella completa disponibilità di Renault.

L’estensione all’Estremo Oriente, con l’ingresso di Nissan e Mitsubishi nel processo di fusione, porterebbe a 15 milioni le vetture annue prodotte dal gruppo, consentendogli di superare Volkswagen e Toyota quale primo produttore automobilistico del pianeta. L’auto si dimostra ancora una volta industry of industries e rilancia le nuove dinamiche del capitalismo contemporaneo, in cui la dinamicità delle operazioni finanziarie si accomuna alla necessità di una continua razionalizzazione tecnico-produttiva volta a garantire un progressivo contenimento dei costi, sia fissi che variabili, per aumentare i margini operativi. Nell’allora Fiat Sergio Marchionne ha posto in essere un’operazione di natura prettamente finanziaria dando vita al gruppo Fca, e ora il management guidato da John Elkann Mike Manley si trova a dover affrontare problemi di natura operativa: Fca conosce da anni la difficoltà nello stabilizzare le sue quote di mercato, è bloccata dal crollo degli investimenti produttivi e con la cessione di Magneti Marelli ha dimostrato come la priorità della distribuzione di dividendi agli azionisti sia prioritaria sui ragionamenti di natura tecnica.

La Francia, vincitrice della fusione Fca-Renault

Per un rafforzamento industriale, la partnership con Renault è strategicamente importante per Fca, e delle ricadute notevoli che il merger potrebbe portare in emersione si è accorto anche lo Stato francese, detentore del 15% delle quote del gruppo di Boulogne-Billancourt, che assieme al suo campione automobilistico nazionale potrebbe risultare l’indiscusso vincitore del processo di fusione, ottenendo lo stanziamento a Parigi della sede del gruppo, un posto nel cda e la poltrona di amministratore delegato per un suo uomo, mentre al gruppo degli Agnelli-Elkann sarà riservata la simbolica ma meno strategica poltrona presidenziale.

L’interessamento del ministro dell’Economia di Parigi Bruno Le Maire, ma anche della titolare dei trasporti Elizabeth Borne e  di quello del Bilancio Gerald Darmanin, fornisce un contrasto stridente col silenzio del governo italiano sulla vicenda. L’esecutivo gialloverde non ha saputo offrire idee, pareri, strategie di alcun tipo. Come se la presenza della sede legale di Fca in Olanda imponesse di tenersi al di fuori, lasciando alle leggi del mercato di regolare la fusione, ignorando il peso strategico del settore automobilistico per l’economia italiana, che in esso vede impegnati oltre 250.000 addetti per un contributo complessivo al Pil, tra industria e indotto, di 93 miliardi di euro (5,6% del Pil).

Insomma, sottolinea Industria Italiana, “lo Stato francese è un protagonista di primo piano della partita, mentre quello italiano è totalmente assente. Ha scelto di non partecipare, di non dire niente, come se la questione non lo riguardasse in alcun modo, e una qualche forma di voce in capitolo fosse una violazione etica. […] Eppure, esistevano vari modi legittimi di inserirsi nella partita. Ad esempio, si poteva chiedere di lasciare fuori dalla fusione i marchi Alfa e Lancia – vecchie glorie del made in Italy ora ridotte ai minimi storici ma con enormi potenzialità di rilancio – che potevano diventare autonomi e venire finalmente valorizzati. Oppure invocare maggiori partite. O inserirsi nell’azionariato attraverso qualche soggetto pubblico. In fondo, se lo fanno i francesi lo possiamo fare pure noi. Invece niente”.

L’Italia rischia di rimanere tagliata fuori

Insomma, sul lungo periodo l’Italia potrebbe risultare, sotto il profilo industriale, la perdente del processo di fusione. Fca ha per Renault l’utilità di aprirle il mercato americano in cui è, allo stato attuale delle cose, fortemente minoritaria. “Le sovrapposizioni sono soprattutto in Europa, e quando si fa un merger (il valore economico sta soprattutto lì) si tagliano sempre le ridondanze e i costi inutili. E siccome i francesi saranno in posizione di maggior forza  e hanno come imperativo categorico il mantenimento dell’equilibrio economico nazionale e della relativa occupazione, è evidente che i tagli si faranno in Italia”. Nè dalla Lega nè dal Movimento Cinque Stelle è giunta una voce autorevole o una proposta strategica alternativa volta a scongiurare questi rischi.

La Francia vince perchè i suoi campioni nazionali hanno meglio compreso le attuali dinamiche dell’economia globale. In primo luogo la sua natura ultracompetitiva, in cui l’analisi dati e la pianificazione strategica risultano un presupposto ineludibile la cui costruzione è lasciata alle manovre di “intelligence economica”, di cui a Parigi sono maestri e che in Italia abbiamo completamente scordato nonostante le lezioni notevoli di Paolo Savona e Carlo Jean.

Capitalismo italiano e francese a confronto

La Francia, ha sottolineato su Atlante, “è il Paese europeo che ha “inventato” e che pratica di più il cosiddetto sovranismo, soprattutto nell’ambito economico. L’Agenzia di partecipazioni dello Stato definisce quote e obiettivi dello “Stato azionista”, tra le cui partecipazioni vi è la stessa Renault. L’amministrazione è garantita con continuità dall’alta burocrazia francese pubblica e privata, nel cui ambito è stato peraltro elaborato, da Bernard Esambert, il concetto contemporaneo di “guerra economica”.

“Eppure”, rilancia Aresu, “l’’interesse nazionale vive solo di coesione, consapevolezza geopolitica, continuità, capacità negoziale, chiarezza su tutti gli attori”: proprio ciò che  serve all’Italia, che non riesce a mettere in atto strumenti adeguati per tutelare gli interessi economici e strategici del Paese in rapporto a Paesi partner che possono diventare, al tempo stesso e senza contraddittorietà, rivali. Come dimostra il caso della Francia, con cui l’Italia è stata impegnata su altri tavoli in cui tante volte è stata palesata questa forte asimmetria. La cui correzione è necessaria per agire al meglio in un’arena globale sempre più competitiva.

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