L’economia è tutto fuorché il prodotto di dinamiche di perfetta razionalità dei soggetti, come vuole una certa vulgata mainstream. La razionalità è quella della logica di potenza degli operatori, ma un grande spazio d’azione è lasciato alle sensazioni, alla ricerca del massimo livello di “fiducia”. E da qui emerge l’importanza di risorse dall’elevata valenza simbolica e concreta. Tra cui spicca l’oro, da millenni emblema stesso della ricchezza e tuttora depositario di una notevole influenza nei mercati economico-finanziari.

Anche dopo che l’oro, dal 1971, ha perso la convertibilità diretta con qualsiasi valuta o divisa il suo ruolo di bene rifugio non è venuto meno. L’oscillazione del prezzo dell’oro, che dai 35 dollari all’oncia è cresciuto di oltre 35 volte in circa mezzo secolo, segnala le fasi di maggiore o minore fiducia dei Paesi e degli operatori nei cicli produttivi e commerciali e l’emergere di manovre politiche destinati ad influenzarli.

Negli ultimi mesi il prezzo del metallo nobile ha conosciuto una nuova impennata. La causa scatenante è da ricercarsi nella nuova svolta interventista dell’amministrazione Trump sul fronte commerciale. “L’oro si è finalmente risvegliato dal torpore, ritrovando attrattiva come bene rifugio. Le quotazioni, in rialzo di oltre un punto percentuale, sfiorano 1.320 dollari l’oncia, il massimo da due mesi. A innescare gli acquisti, che erano cominciati già venerdì, sembra essere stata la minaccia di dazi americani anche contro il Messico: l’apertura di un nuovo fronte di guerra commerciale da parte di Donald Trump sembra essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, suggerisce Edward Moya di Oanda”, scrive Il Sole 24 Ore.

Ma se i mercati che commerciano l’oro hanno usato come “innesco” i dazi di Trump, vi è un’ulteriore ragione di natura economico-finanziaria che è bene tenere d’occhio. Per controbilanciare la caduta borsistica, a partire da dicembre 2018 le banche centrali mondiali hanno ripreso la politica di espansione monetaria denominata “Quantitative easing globale” che ha rilanciato un calo generalizzato dei tassi di sconto e del costo del denaro. Di conseguenza, questo avrebbe conseguenze immediate sul valore dell’oro, che non paga cedole di interesse ma è esso stesso riserva di valore che appare in certe fasi più appetibile a causa dell’abbassamento del costo del denaro. Bene rifugio e investimento “occulto”, in altre parole.

A livello aggregato, sottolinea Business People, “negli ultimi giorni è cresciuto l’interesse per gli Etf sull’oro. Gli Etf sono fondi che mantengono un portafoglio pressoché fisso affidandolo alle ciclicità del mercato, cercando di sfruttare momenti favorevoli: un crescendo del loro interesse per l’oro significa, probabilmente, aspettative di ulteriori rincari nel suo valore. Come del resto pare testimoniare la “corsa” di diversi Paesi ad accrescere le riserve aurifere. “Secondo la Reuters, il patrimonio a livello globale è salito a circa 1.670 tonnellate, facendo registrare una crescita dello 0,5% dal 18 maggio, quando la tendenza alle liquidazioni si è invertita. Tuttavia, gli asset in gestione sono tuttora in ribasso del 3% rispetto all’inizio dell’anno”. Tra i principali Paesi accumulatori vi è la Cina, in lotta con gli Usa per le questioni commerciali: proprio una sostituzione di parte degli asset in dollari con oro e titoli ad esso dedicati potrebbe rappresentare una mossa strategica che il Dragone potrebbe porre in essere per reagire ai dazi di Washington.

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