Spagna e Francia hanno avuto in dote negli ultimi anni dalla Commissione europea la possibilità di usufruire di ampi e generosi pacchetti di flessibilità sui conti pubblici, di alimentare i rispettivi deficit di bilancio e di sfruttarli per poter ottenere differenziali positivi di crescita. Una prospettiva molto diversa da quella con cui convive l’Italia, per cui anche l’ascesa del governo Conte II non è coincisa con un adeguamento strutturale del duro approccio comunitario da cui l’esecutivo giallorosso sperava di svincolarsi in nome del maggiore afflato europeista.

Non è arrivato il “superdeficit”, non è arrivato alcun margine di flessibilità sui conti pubblici, solo una conferma sulla carta del deficit reale conseguito lo scorso anno (2,2% del Pil) senza possibilità di operare quegli importanti adattamenti sul fronte degli investimenti di cui il Paese necessiterebbe apertamente.

Nemmeno l’aver piazzato a Bruxelles Paolo Gentiloni ha contribuito a migliorare la proiezione politica di Roma a Bruxelles. I centri decisionali dell’Unione sono altrove, nell’asse franco-tedesco di cui Parigi può cogliere i dividendi costituendone uno dei capisaldi e Madrid sfruttare la luce riflessa per il crescente avvicinamento politico alla Germania.

La Spagna, nel frattempo, ha potuto conoscere stagioni positive di crescita, dal +3,8% del 2015 al +2% dello scorso anno, trainate dalla spesa pubblica e dei deficit. Questi ultimi si sono attestati oltre il 2% in tutti gli esercizi, compreso quello appena trascorso, destinato a chiudersi con un rapporto del 2,2-2,4% del Pil, ben oltre la soglia fissata con Bruxelles del 2%. Non abbastanza per il vice-premier dell’esecutivo “rosso-rosso” spagnolo, il secondo guidato da Pedro Sanchez. Nadia Calviño, fedelissima di Sanchez e titolare del dicastero dell’Economia si è recentemente recata a Bruxelles per chiedere maggiore flessibilità, temendo che la stagione di crescita spinta possa finire, e impedire la correzione di bilancio da 8 miliardi di euro capace di mettere a repentaglio nell’anno presente le politiche su cui si fonda la coalizione tra i socialisti e la sinistra radicale di Podemos.

Quest’ultimo ha lanciato la sua partecipazione al governo chiedendo più spesa nelle politiche sociali, nel lavoro, nello sviluppo: dunque più deficit. Per l’Europa a trazione franco-tedesca non è certamente il momento più opportuno per inimicarsi la Spagna, specie dopo che un ex critico feroce dell’establishment di Bruxelles come il partito di Pablo Iglesias ha optato per l’entrata al governo con un esponente dell’ortodossia europeista come il Psoe.

Le maniche larghe garantite alla Spagna ricalcano il lassismo dei controlli sulla manovra della Francia di Emmanuel Macron, che nel 2018 ha sfondato il 3% del rapporto deficit-Pil per venire incontro alle richieste dei Gilet Gialli in aperta rivolta contro l’esecutivo. La Francia, inoltre, chiuderà il 2019 con un deficit del 3,1%. E Parigi e Madrid, certamente, non sbagliano nello sfruttare la rendita di posizione in Europa. Stupisce la narrazione totalmente artefatta costruita in Italia sulla faccenda. Risulta fondamentale sottolineare come Roma sia stata, sotto il punto di vista del rapporto deficit-Pil, più realista del re: dopo l’ultimo sforamento ai tempi del governo Monti (deficit poco sopra il 3% mentre nel resto d’Europa si andava dall’8 al 12% per fermare la crisi), il trend nel quinquennio dei governi a guida Pd e nell’era post-elezioni del 2018 è stato di un generale contenimento del deficit.

I risultati positivi per la nostra economia, in penoso deficit di investimenti e con la spesa per i servizi essenziali a rischio, non si sono manifestati. La conformità totale dell’Italia a un’ideologia economica di cui risulta una delle “sconfitte” rappresenta un caso peculiare di sindrome di Stoccolma. E anno dopo anno, il doppio standard premia chi, in Europa, capisce che stare nell’Unione è prima di tutto una faccenda politica.

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