“Grande è la confusione sotto il cielo”, parafrasando Mao Zedong, “ma la situazione non è eccellente”. Non ancora, in Europa. Il governo italiano si è contraddistinto per attivismo nelle ultime settimane, dapprima rifiutando la prospettiva di procedere alla riforma del Mes, poi operandosi affinché si procedesse alla revoca dei vincoli del Patto di stabilità per l’anno in corso (concesso dalla Commissione di Ursula von der Leyen), si emettessero dei veri e propri “Eurobond” in risposta all’emergenza coronavirus (prospettiva attualmente in discussione) e, in ultima istanza, si imponesse il via libera sul Mes nella forma attuale consentendone l’accesso a tutti gli Stati senza condizionalità (ipotesi remota).

Dopo tanto attivismo, il rischio di un effetto spiazzamento è però concreto. Bisogna capitalizzare ora la fase di concessioni aperte ed evitare che, in nome della solidarietà europea, l’attuale situazione si trasformi in un boomerang per l’Italia o, peggio, in un capestro ancora più stretto dopo che la fase emergenziale sarà passata.

Nella crisi il Paese può muoversi senza timore per rafforzare l’impianto produttivo evitando di ritrovarsi isolato e indebolito a crisi finita. Con la beffa di subire il ritorno di fiamma delle famigerate “regole” di bilancio su deficit e debito pubblico.

Partiamo dai “coronabond” proposti da Giuseppe Conte e Emmanuel Macron. Tale strumento eurobond ha senso solo se prenderà la forma strutturale di una massa di titoli garantiti direttamente dall’ Unione, con mutualizzazione del debito, e non come un doppione del quantitative easing, già dimostratosi peraltro non pienamente adatto a riportare la crescita nel Vecchio Continente a livello di economia reale. In quest’ultimo modo, sul lungo periodo l’emissione finirebbe per gravare sui titoli di Stato italiani, con la beffa di vedere una quota crescente del debito pubblico controllato da operatori stranieri.

Anche sulle regole di bilancio serve coraggio, serve cogliere la palla al balzo, sbloccare investimenti, cantieri, opere pubbliche e piani per la creazione di posti di lavoro: la finestra temporale è ridotta, la fine dell’anno potrebbe arrivare in fretta senza che l’Italia abbia messo in campo piani considerevoli e paragonabili a quelli di Paesi come la Germania e la Francia. Dal 2021 la censura sulle regole di bilancio e l’ottusità degli euro-burocrati potrebbe tornare a farsi sentire con viva forza: fino a prova contraria, non confidiamo nella definitiva redenzione dei falchi del rigore finchè non l’avremo vista certificata sul campo.

L’Unione Europea avrebbe nella Banca europea degli investimenti (Bei) uno strumento operativo efficace, ma i trattati le impediscono di essere garante per eventuali eurobond e una sua attivazione nel sostegno a investimenti pubblici scatenerebbe rivalità politiche tra i Paesi che rischiano di depotenziarne l’efficacia. A conti fatti, la solidarietà europea, dal punto di vista concreto, è misurabile per l’Italia negli 11 miliardi di euro di fondi di coesione di cui Bruxelles non chiederà la restituzione.

Il ritorno di fiamma dell’austerità e il rischio di un’attivazione settoriale del Mes che imponga all’Italia manovre di aggiustamento strutturale sul lungo periodo sono le prospettive da evitare per cui il governo deve adoperarsi. Mettendo in campo politiche di stimolo sul fronte interno ma non abbassando la guardia in campo continentale. Per evitare che la confusione odierna si trasformi in un cappio, piuttosto che in un volano, per il Paese. Che non deve peccare di ingenuità politica: la sfida economica in Europa è di tutti contro tutti. E operando nel 2020 bisognerà ricordare che nel 2021 ci saranno sempre operatori politici comunitari e nazionali, falchi del rigore come Valdis Dombrovskispronti a presentare il conto all’Italia. Rischiando di riaprire il circolo vizioso del tallone comunitario.

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