Le nuove misure varate da Donald Trump contro i prodotti cinesi sembrano aver danneggiato soprattutto l’economia americana. Ad analisi attenta il discorso potrebbe però essere più complesso.

La Cina risponde ai dazi americani

La decisione presa lo scorso 9 maggio dalla Presidenza americana ha gettato nel panico i mercati internazionali. I dazi americani su diversi prodotti cinesi importati sono stati aumentati dal 10 al 25%. La scelta, che rientra nella più ampia strategia di Trump di porre un’argine all’aggressività commerciale cinese, ha avuto delle conseguenze immediate.

La risposta di Pechino non si è infatti fatta attendere e anche la Cina ha così aumentato le proprie barriere tariffarie: 110 miliardi di importazioni americane verso la Cina hanno ora un’aliquota media che oscilla dal 19 al 25%. Oltre a creare scompensi in tutti i mercati, compreso quello europeo, tale guerra commerciale sembra essere stata un’arma a doppio taglio per Washington, come sostengono diversi analisti. A supporto di questa tesi l’argomento utilizzato riguarda il potere delle due monete.

La svalutazione dello yuan colpisce l’economia americana?

Tra gli effetti di questa rivalità, si sarebbe infatti registrata la netta svalutazione della valuta cinese yuan rispetto al dollaro americano. In particolare la divisa cinese avrebbe perso valore per il 9%, facendo rivalutare il dollaro sullo yuan da 6,3 a 6,9. Una svalutazione che dovrebbe, almeno in linea teorica, favorire le esportazioni cinesi, disequilibrando ulteriormente la bilancia commerciale con gli Stati Uniti.

Insomma, l’effetto contrario rispetto a quanto Washington avrebbe voluto ottenere con le nuove misure. Alla domanda dunque sul perché Trump continui a perseguire tale politica, nonostante i presunti danni all’economia americana, alcuni analisti rispondono così: “lo fa per semplici motivi propagandistici. L’America muscolare piace alla sua base elettorale e dunque tiene alto il consenso”. Una motivazione che non ci soddisfa, soprattutto alla luce dei trascorsi del tycoon, sia come imprenditore che come politico.

La guerra dei dazi colpisce soprattutto la Cina

Innanzitutto Donald Trump è ben conscio dell’impossibilità per la Cina di perseguire troppo a lungo una politica di svalutazione dello yuan. Come riportato da IlSole24ore infatti: “lo yuan ha subito la perdita più pesante in quasi un anno, con il tasso di cambio che è arrivato a 6,88 ¥ contro il dollaro: la linea considerata finora invalicabile dalle autorità cinesi è stata di 6,90 yuan per un biglietto verde”. Qualora il tycoon decidesse di alzare ancora il tiro sui dazi, Pechino incontrerebbe notevoli difficoltà non potendo più rispondere con la svalutazione competitiva.

Un altro aspetto che gioca a favore di Washington è stato sempre sottolineato dal Sole24Ore e riguarda i titoli di Stato americani. In risposta ai dazi, la Cina ha infatti deciso di vendere oltre 10 miliardi di debito statunitense, portando a 67 miliardi il totale dei titoli americani venduti nell’ultimo anno. Nonostante la cifra elevata, dalle parti di Washington non sono per nulla preoccupati, anche perché i titoli americani detenuti da Governi stranieri sono cresciuti nell’ultimo anno, nonostante la manovra cinese.

Di conseguenza la Cina rischia così una preoccupante fuga di capitali esteri dalla Borsa di Shanghai, che potrebbe attirare operazioni di speculazione finanziaria rischiose per la stabilità economica del Paese. “Per quanti bond americani possa vendere, la Cina ha bisogno di dollari per tenere sotto controllo il cambio dello Yuan”, sulle pagine del principale quotidiano finanziario italiano hanno le idee chiare su chi tra Cina e Stati Uniti rischi di più in questa guerra dei dazi.

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