Recep Tayyip Erdogan è stato protagonista dell’agone mediorientale nelle ultime settimane rilanciando il suo progetto politico sempre più autonomo dalle linee guida dettate dall’appartenenza di Turchia all’Alleanza Atlantica. La crisi delle relazioni diplomatiche tra la Turchia e gli Stati Uniti è oramai conclamata, dopo la concretizzazione della transazione che ha portato Ankara a ricevere dalla Russia l’avanzato sistema missilistico di difesa S-400 e a snobbare le ritorsioni statunitensi, culminate nello stop alla fornitura dei caccia F-35, arrivando al rilancio e al massimo affronto per Washington: valutare la sostituzione del caccia di ultima generazione con i nuovi aerei stealth di Cina e Russia, il Su-57 di Mosca e il J-31 di Pechino.

Ankara è sempre più una mina vagante sotto il profilo strategico. Gioca una partita a sé in Medio Oriente, dalla Libia (ove sostiene Fayez al Serraj) al Golfo Persico (sempre più saldo l’asse col Qatar), mira a rafforzare il partenariato con Russia e Iran, sogna un ruolo da protagonista nella Nuova Via della Seta a trazione cinese. Non ha alleati veri al di fuori di se stessa. Erdogan, uomo solo al comando, sempre più spregiudicato, mira a rilanciare la strategia di Ankara muovendosi tra le principali potenze globali e rinunciando, in maniera sempre più palese, ai vincoli che inquadravano storicamente la Turchia nel contesto dell’Alleanza Atlantica.

Linea rossa superata per Washington? Può darsi, viste le reazioni rabbiose del Dipartimento di Stato e gli allarmi al Pentagono. Ma l’amministrazione Trump ha molte frecce all’arco: prima tra tutte l’arma finanziaria. E in questi giorni sta andando in scena tra Washington e Ankara una dinamica molto simile a quella che si è verificata nello scorso agosto, durante la crisi legata alla detenzione in Turchia del pastore statunitense Andrew Brunson, detenuto con l’accusa di spionaggio, che portò Trump ad ordinare come ritorsione un vero e proprio assalto ad Erdogan, attraverso l’arma valutaria ed economica. Complici le debolezze della politica economica governativa, eccessivamente incerta, gli Stati Uniti ebbero allora gioco facile a colpire al cuore la lira turca, facendole bruciare il 40% del proprio valore, sfruttando l’azione di sostegno delle agenzie di rating. Fintamente neutrali finché il cuore dell’impero finanziario, gli Stati Uniti, non chiamano a raccolta: allora Moody’s ridusse il rating di Ankara a Ba3 da Ba2, mentre S&P lo ha portò da BB- a B+, con outlook stabile, facendo scivolare i bond di Ankara nella categoria “Highly speculative”, cioè molto rischiosi per gli investitori.

Ora, la dinamica si è ripetuta. Moody’s, nella notte tra il 14 e il 15 giugno, ha tagliato ulteriormente il rating di Ankara al livello B1. “Ankara si trova ora quattro gradini al di sotto della soglia di sicurezza di investment grade, insieme a Giordania, Grecia e Uzbekistan. I suoi titoli erano già considerati junk (spazzatura), nella terminologia delle agenzie di rating internazionali, che ormai esprimono un giudizio unanime”, scrive Il Sole 24 Ore. Sia ben chiaro: la Turchia, oggigiorno, è tutto fuorché completamente sana sotto il profilo economico. La Turchia è eccessivamente dipendente dagli investimenti esteri, le passività in valuta delle società toccano 337 miliardi di dollari e un deficit di 217,3, l’economia è eccessivamente diretta dal clan Erdogan (non a caso il ministro dell’economia è il genero del Sultano, il 41enne Berat Albayrach) e il quadro macroeconomico è a dir poco preoccupante: “Nel primo trimestre del 2019, il Pil si è contratto del 2,6% su base annua. Sui tre mesi precedenti, si è invece registrata una crescita dell’ 1,3%, che ha interrotto un periodo di recessione che durava da due trimestri. La Banca mondiale prevede una flessione dell’ 1,9% nell’ intero anno e un rimbalzo al 3% nel 2020”. Soprattutto nelle aree urbane, questi problemi hanno causato un progressivo moto di insoddisfazione verso il governo, culminato nella sconfitta dei candidati del partito di Erdogan alle recenti elezioni municipali.

Ma il tempismo, anche in questo caso, è chiave. E la scelta di Moody’s ha valenza più geopolitica che finanziaria. Perchè mira a mettere al tappeto la Turchia indebolendola come mercato di sbocco per investimenti produttivi proprio nel momento di massima tensione nei rapporti con gli Usa, in cui Ankara guarda con interesse alla Repubblica Popolare e ai suoi investimenti. Per lo sgarro sul campo della Difesa si intende pregiudicare, via fronte interno, le future strategie di Erdogan. Il governo, negli ultimi mesi, ha bruciato miliardi di dollari per sostenere la valuta, ora serve alla Turchia una politica capace di una visione più ampia. Al tempo stesso, gli Stati Uniti dimostrano una volta di più una caratteristica dell’attuale sistema mondiale, trasformatosi in una vera e propria arena di tutti contro tutti: alleati formali possono diventare nemici palesi, le geometrie variabili impongono che i Paesi si trovino pronti a competere in ogni momento. E la formidabile arma valutaria e finanziaria resta, tutto sommato, sotto controllo di Washington. Che colpendo la Turchia mira anche a far sentire la sua voce a Cina e Russia, potenze che hanno nel dollaro un bersaglio fondamentale nella sfida alla leadership Usa.

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