Il Canada è il Paese che a inizio anno ha scatenato concretamente l’affaire Huawei, aderendo alle richieste statunitensi di arrestare e estradare Meng WanghzouCfo del gruppo di Shenzen, su richiesta delle autorità statunitensi. Il governo di Justin Trudeau ha concesso sponda al potente vicino meridionale e ha contribuito a accelerare la dinamica dello scontro tra Pechino e Washington, rovesciando il vaso di Pandora. La guerra tecnologica travestita da conflitto commerciale sarebbe esplosa comunque, ma il Canada ha aggiunto un fattore catalizzante alla reazione chimica ed esplosiva del conflitto strategico tra le due superpotenze.

Il governo di Ottawa è uscito con le ossa rotte dal faccia a faccia con Pechino. Pochi giorni dopo il fermo di Meng le autorità cinesi hanno arrestato due cittadini canadesi, l’ex diplomatico Michael Kovrig, e l’uomo d’affari Michael Spavor, accusandoli successivamente di furto di segreti di Stato, mentre altri due cittadini canadesi hanno ricevuto la condanna a morte per narcotraffico. Pechino ha bloccato le strategiche importazioni di carne di maiale canadese, colpendo l’agricoltura, e fatto perno su Londra per aprire una breccia nel fronte delle democrazie anglosassoni. Dunque il Canada non ha potuto convertire l’azione contro Meng, che attende il processo a inizio 2020, in un bando totale alle attività di Huawei nel Paese.

E questo ha fatto la fortuna del colosso cinese. Che sul 5G e sulla costruzione delle nuove infrastrutture digitali corre a un passo più rapido di quello dei competitori occidentali. Tanto che, per un contrappasso difficilmente immaginabile pochi mesi fa, Huawei potrebbe de facto ritrovarsi presto leader nella costruzione del 5G canadese. E riuscire a diventarlo rafforzando nel contempo la sua posizione nelle strategiche regioni artiche che Washington intende presidiare con sempre maggiore cautela dalle mosse cinesi. Huawei mira infatti a dominare la fascia di mercato di reti internet ad alta velocità lasciato sguarnito in Canada dalla presenza di località isolate, specie nel Grande Nord artico, che dipendono dai collegamenti satellitari per l’accesso alla rete.

La Bbc ha realizzato un interessante reportage da Iqulait, centro dell’Artico canadese i cui 7.500 abitanti sono una parte dei 5,4 milioni di persone (15% del totale) che in Canada non ha accesso alle reti internet veloci. Il Canada mira a investire 4,5 miliardi di dollari dal 2019 al 2031 per rafforzare la connettività nelle regioni artiche e nelle aree senza accesso a internet e Huawei è l’attore perfetto per realizzare concretamente i progetti necessari. “Per portare Internet a banda ultraveloce servono infrastrutture complesse, fatte di reti di cavi, torri di telecomunicazione e altri strumenti che hanno un costo complessivo elevato sia per costruirli, sia per mantenerli. Questo comporta che il governo canadese debba investire ingenti somme di denaro per un bacino di utenza molto ristretto”, scrive Il Corriere della Sera. Ciò impone di fornire commesse e lavori a imprese capaci di garantire alti rendimenti e ottimizzazione dei costi: nessun azienda al mondo, per rapporti tra qualità dell’infrastruttura e costi, può in tal senso battere Huawei, tanto che il Comitato per la Sicurezza delle Telecomunicazioni (Cse), l’autorità canadese che vigila sulla cybersicurezza, ha già approvato l’ingresso della compagnia in 70 progetti in altrettante comunità artiche.

A Washington, è naturale immaginarlo, qualcuno starà mugugnando per quanto accade oltre il confine settentrionale: ma lo sbarco di Huawei nella prima nazione in cui le sue attività hanno conosciuto un freno dimostra la pervasività dell’influenza cinese. E la difficoltà occidentale nel creare contromosse adeguate agli attuali leader della corsa al 5G.

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