Il vero obiettivo di Mark Rutte al Consiglio europeo, in fin dei conti, non è sembrato essere il contrasto a tutto campo al Recovery Fund, ma la conquista della desiderata contropartita sui “rebate“. Dal duro round negoziale l’Olanda del premier liberale e i suoi alleati escono vincitori sul fronte del mantenimento del rimborso “britannico”, ovvero del meccanismo di rimborsi garantiti ai contributori netti al bilancio Ue che non ricevono adeguata compensazione dalle politiche di coesione o da determinati fondi come quello della Politica agricola comune. Il rebate britannico ha avuto una madre, Margaret Thatcher, ben identificabile; il nuovo rebate dei Paesi “frugali”, che entrerà in vigore a Brexit compiuta, ha in Rutte il suo nuovo padre.

I cultori dell’austerità sono avari di solidarietà e avidi di rimborsi. Olanda, Austria, Svezia, Danimarca hanno tenuto a lungo in ostaggio il vertice sul Recovery Fund pretendendo compensazioni ben precise. L’accordo porta a conclusione il fondo per la ripresa, ma il nodo decisivo sono i rimborsi che i Paesi austeri riceveranno nei sette anni del prossimo bilancio pluriennale comunitario. Denari che nulla centrano con la ripresa del Vecchio Continente, ma sono la compensazione per il via libera dei falchi al fondo.

Portando avanti una strategia oltranzista e estremamente combattiva i cinque Paesi hanno ottenuto un notevole sconto sul loro contributo al bilancio Ue. Vuol dire, scrive l’Huffington Post, “che la strategia di tenere sotto scacco fino a notte fonda gli altri 22 Paesi, ponendo veti e facendo infuriare persino Angela Merkel ed Emmanuel Macron, alla fine è servita. In soldoni portano a casa per il prossimo bilancio pluriennale circa 26 miliardi e mezzo, con un incremento netto di 7,8 miliardi rispetto a quello precedente. Mica male per chi si fa chiamare “frugale”. Un ammontare di risorse pari a quelle sottratte allo strategico fondo InvestEu, erede del piano Juncker, passato da 30,3 miliardi a 2,1 miliardi, sarà utilizzato per accontentare i Paesi del Nord Europa e perpetrare le asimmetrie in un’Unione in cui molti Stati si sentono più uguali degli altri.

Mark Rutte e Sebastian Kurz trionfano: L’Aja passa da 1,5 miliardi a 1,9 miliardi di rebate all’anno, Vienna da 237 milioni a 565. Siamo certi che per l’Olanda le risorse serviranno a finanziare nuove politiche fiscali arrembanti, mentre l’Austria non mancherà di far pesare il suo rigorismo sui conti pubblici altrui nonostante lo sfacciato regalo ricevuto. Esultano anche gli alleati nordici. La Svezia vede il rebate crescere di oltre un quarto, passando 798 a 1.060 milioni di euro, mentre per la Danimarca l’incremento è da 197 a 322 milioni di euro.

La trattativa porta dunque all’istituzionalizzazione di un’Europa a più velocità “politiche”. Come in un sistema di cerchi concentrici, i frugali sono cooptati dall’asse franco-tedesco come interlocutori fondamentali, paladini del rigore più estremo a cui è accordato il privilegio che certifica la rilevanza politica nell’Unione, la possibilità di sostenere una forte ipocrisia. I frugali che censurano i debiti pubblici altrui sono i Paesi più oberati dal fardello del debito privato; i Paesi che attaccano i sistemi fiscali e pensionistici altrui portano avanti discutibili manovre fiscali; censori della spesa europea per investimenti e sviluppo, chiedono maggiori contributi per tutelare le loro rendite di posizione. Dal punto di vista politico, i capofila della “Nuova lega anseatica” trionfano. Ma l’Europa ne esce ancora più disunita: ed è un’ironia della sorte vedere come a sfilacciare con maggior tenacia i legami interni all’Unione siano i paladini del rigore, Paesi guidati da leader liberali o progressisti che proprio dell’europeismo retorico di facciata fanno un loro imprescindibile paradigma politico.

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