Siamo sempre stati abituati a pensare che soltanto il mondo occidentale sia la meta prediletta dai migranti e che l’Africa rappresenti il luogo di partenza per milioni di persone in cerca di un futuro migliore. Eppure, la meta migratoria che viene privilegiata dai cinesi nati nella poverissima provincia di Guangxi conduce alle regioni meridionali del Ghana (“Ashanti” e “Western“), nel cui sottosuolo sono presenti immensi giacimenti di oro.

Con riserve auree che sono superiori a quelle del Perù e della Papua Nuova Guinea, il Ghana è infatti uno dei primi produttori mondiali di oro grezzo del mondo.

Il mercato dell’oro del Ghana

Per poter avere acceso alle miniere e, in linea generale, per dedicarsi alla ricerca del prezioso metallo, in Ghana è necessario avere specifiche autorizzazioni. Tuttavia, secondo le stime governative, oltre il 70% dei raccoglitori di oro che vive grazie a questo prezioso metallo non ha le idonee autorizzazioni e, in questo modo, provoca un’evasione fiscale che si avvicina ai tre miliardi di dollari.

Mentre una parte di questi raccoglitori è di origine locale, un’altra è composta da immigrati cinesi che, una volta raccolto il materiale grezzo, si organizzano per venderlo ai compratori della Cina. Non essendo infatti data la possibilità agli stranieri di operare direttamente nel settore dell’estrazione su piccola scala, la maggioranza delle operazioni viene svolta nell’ombra, al limite con l’aiuto di qualche prestanome locale.

Questa pratica abusiva è stata additata come causa principale dei danni ambientali ai terreni agricoli e alle falde acquifere, nonché all’apparato fiscale dello Stato. Nonostante l’inasprimento dei controlli avvenuto già nel 2014, il fenomeno è continuamente aumentato anche a causa delle contromisure che non sono state attivate con il necessario anticipo: il tutto a vantaggio di Pechino.

Il più grande fruitore mondiale

La Cina è il Paese che, da ormai sei anni, possiede il tasso più alto al mondo di utilizzo dell’oro: la sua domanda interna conta infatti oltre 1.100 tonnellate annuali, contro le 4.300 di richiesta di tutto il resto del mondo. Questo è avvenuto in virtù del forte arricchimento delle classi agiate cinesi insieme al lusso intrinseco allo status sociale raggiunto.

Riuscendo inoltre ad approvvigionarsi tramite i propri connazionali operanti all’estero e, di conseguenza, fuori dal regime fiscale di Pechino, il prezzo d’acquisto risulta di fatto più basso rispetto a quello dei canali regolari. In questo modo non solo la bilancia commerciale di Pechino ne risente positivamente, ma si garantisce anche una possibilità di accesso al metallo che, in tempi futuri, potrebbe tornare utile in caso di necessità e porre la Cina in condizioni vantaggiose rispetto al resto del mondo. Questo metodo di accumulo dell’oro risale alla nostra storia occidentale degli ultimi due millenni, con l’unica differenza che questa volta è l’Europa a vedere attuare la manovra dall’esterno.

La dura vita dei galamsey del Ghana

I più danneggiati da questo fenomeno sono però i locali raccoglitori di oro (galamsey), la cui ricerca permette il semplice sostentamento della propria famiglia. L’intervento di agenti esterni pone infatti il sistema economico al centro di una grossa crisi. Sebbene infatti si basi sulla popolazione locali, c’è però un problema: mentre i galamsey svolgono la loro attività al di fuori del regime fiscale, le loro spese avvengono all’interno del Paese. Cosa che non avviene con la Cina. Il fatto che, proprio negli ultimi anni, le partenze migratorie dall’ex colonia inglese verso l’Europa siano aumentate, principalmente proprio dalle regioni del “Western” e dell'”Ashanti” nelle quali l’attività di estrazione è maggiormente sviluppata, dovrebbero essere un forte segnale di instabilità. Ennesima dimostrazione di come l’ingresso della Cina in un mercato locale sia causa prima dell’innesco di crisi endemiche dei settori interessati.

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