La recente estromissione dell’amministratore delegato di Renault Thierry Bollorè da parte del cda del grande gruppo automobilistico francese segnala le inquietudini del mondo economico transalpino. In particolare, è finito l’idillio tra il presidente Emmanuel Macron e i “campioni nazionali” francesi, sostanziato nell’ascesa nell’ultimo biennio di una rampante generazione di manager giovani, molto spesso quarantenni, desiderosi di cavalcare le onde dell’attivismo del coetaneo capo di Stato per espandere i loro affari.

Il fatto che proprio i due rappresentanti dello Stato francese, detentore del 15% di Renault, nel cda abbiano chiesto la testa di Bollorè, nominato appena dieci mesi fa, è indicativo. Il governo, primi fra tutti Macron, il premier Edouard Philippe e il ministro dell’Economia Bruno le Maire, ha voluto far pagare a Bollorè, cugino del più celebre finanziere Vincent, il fallimento della fusione con Fiat Chrysler Automobiles che, a ben vedere, era stata immaginata dall’Eliseo.

Perché la caduta di Thierry Bollorè è indicativa? Perché il manager di Renault rappresentava la cinghia di trasmissione tra la politica, vecchia guardia della finanza francese, di cui il cugino Vincent è l’esempio più celebre, e la generazione macroniana dei manager giovani e vicini al governo che hanno preso il potere nei loro gruppi dal 2017 in avanti. Tra questi un terzo Bollorè, Yannick, 39 anni, ad di Havas, il rampollo della famiglia di banchieri Rotschild, Alexandre, alla guida dell’omonima banca in cui lo stesso Macron ha lavorato, Arthur Sadoun, capo di Publicis, un colosso delle relazioni da 14 miliardi di euro, e Alexandre Bompard, classe 1972, da due anni presidente di Carrefour.

Un giglio (di Francia) magico, formato da giovani e ambiziosi imprenditori pronti a fare sponda con l’Eliseo e a sostenerne l’agenda politica ed economica all’interno e all’estero. Ma la riforma dei servizi e del codice del lavoro targata Macron ha generato rabbia, proteste e rancore in tutto il Paese, affondando il proposito del presidente di trasformare la Francia in una start-up nation sulla pelle di abitanti delle periferie e pensionati, mentre all’estero i risultati conseguiti sono in chiaroscuro.

Anche per la cronica mancanza di una politica industriale in Italia, oltre le Alpi i colossi francesi hanno ancora diversi progetti in ballo, e Macron è riuscito a incassare un risultato positivo nel caso Fincantieri-Stx, mentre al contempo positivo è sicuramente lo sviluppo delle relazioni con la Cina. Al tempo stesso, però, Macron ha controfirmato negli ultimi anni le politiche germano-centriche delle istituzioni europee perché non aveva visioni alternative e sostegni antagonisti, e ha gestito malissimo la questione Airbus, culminata nell’imposizione di dazi statunitensi approvati dalla World Trade Organization.

La strategia industriale di Macron ha subito poi un colpo durissimo la scorsa settimana, quando Sylvie Goulard, designata dall’Eliseo come commissario europeo all’Industria, alla Difesa e allo Spazio è stata bocciata dal Parlamento europeo. Nella nomina della Goulard Macron vedeva la premessa per dare un marchio francese ai nuovi progetti di politica di difesa e sicurezza comune e all’orientamento del “fondo Ursula” in via di preparazione per la tecnologia. Ora tutto ritorna sub judice e si svela la scarsa sostanza del tracotante Macron, su cui i manager coetanei hanno puntato credendolo il loro uomo a Parigi, senza poi ritrovarsi con i dividendi sperati.

Da questo sostegno è derivato anche l’ampio consenso mediatico registrato in Francia per Macron, chiave per la sua ascesa al potere e il suo galleggiamento di fronte a sondaggi negativi. Ora, bocciando l’ad di Renault, Macron sembra scaricare l’artefice principale di una strategia di gigantismo industriale e rafforzamento del grande capitale francese col sostegno politico in cui a essere assente è stata proprio l’incisività governativa. In vista del 2022 sarà proprio l’eclissi di questo sostegno il principale ostacolo che Macron dovrà affrontare per guadagnarsi la riconferma?

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