300 miliardi di euro: questo il “costo” che i Paesi europei hanno pagato a causa della ritirata della Banca centrale europea dalle politiche di stimolo e della serie di rialzi dei tassi che hanno azzerato, tra giugno e novembre, dieci anni di aperture. E che oggi, con il rialzo dei tassi di 50 punti, il quinto consecutivo da luglio, viene confermata.

I dati della borsa del 15 dicembre testimoniano quanto gli investitori temano la nuova fase. L’annuncio di un nuovo rincaro dei tassi da parte della governatrice Christine Lagarde ha portato le Borse europee, già in rosso in mattinata sulla scia delle decisioni della banca centrale americana e delle parole di Jerome Powell, a chiudere sui minimi di giornata con il Ftse Mib in flessione del 3,45%. I listini a Parigi cedono il 3,2%, Francoforte il 3% di fronte al timore che capitali privati dovranno sostituire l’Eurotower nel sottoscrivere debiti pubblici per 300 miliardi di euro.

Questa la stima degli analisti finanziari internazionali, che ci porta a considerare con grande attenzione il giudizio politico sulla fine degli stimoli monetari: una fine che prima del Covid-19 ritenevamo inevitabile in condizioni di ordinaria gestione dell’economia e solo la necessità di rispondere alla pandemia ha prolungato su scala biennale. Portando la Bce a imporre un vero e proprio “giubileo del debito a molti Paesi, forzando la convergenza tra gli spread e abbattendo molto i premi al rischio di diversi Stati dell’area euro. Una situazione, ovviamente, di natura emergenziale a cui però, analogamente a quanto accaduto in altri contesti come gli Usa, i mercati finanziari si sono adeguati con eccessiva leggerezza.

Da qui la sfida della Bce dopo l’aumento dell’inflazione, peraltro non previsto negli scenari costruiti nel corso degli ultimi mesi del 2021 e di inizio 2022 da Christine Lagarde e dal suo staff. L’accelerazione dei rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve è stata assecondata dalla Bce, pur in un contesto che vedeva l’inflazione da domanda di Washington più governabile con la leva monetaria rispetto a quella legata alla crisi energetica dell’Unione Europea. Foggy Bottom ha chiamato, Francoforte ha risposto, e la Bce ha perso quel potere di condizionamento dei mercati che nell’era di Mario Draghi aveva acquisito. E in un contesto di inflazione elevata e crisi recessiva, il rialzo europeo dei tassi ha “chiamato” il ritorno del rigore nelle politiche fiscali, rischiando di generare un nuovo effetto recessivo.

Ora la Bce si prepara a smaltire il portafoglio titoli che ha in pancia e che per effetto del quantitative easing prima e del piano anti-pandemico (Pepp) poi è arrivato a 5 trilioni di euro. Lo smaltimento avverrà, principalmente, non rinnovando le emissioni al netto di eventuali storture emergenziali legate all’attivazione dello scudo anti-spread introdotto in estate. E nel prossimo anno, appunto, ricorda il Financial Times, “gli investitori dovranno intervenire e acquistare circa 300 miliardi di euro di debito pubblico dell’eurozona in più l’anno prossimo per evitare turbolenze di mercato mentre la Banca centrale europea inizia a tagliare le sue vaste partecipazioni obbligazionarie”. Per ING sarà proprio di 300 miliardi di euro l’aumento di emissioni che i privati dovranno compensare, portando la loro quota di debito sovrano in mano da 200 a 500 miliardi; per gli analisti di Pictet, addirittura, potrebbe essere di 500 miliardi: se la crisi energetica dovesse mordere in inverno a fine 2023 l’Europa dovrebbe alzare da 1.100 a 1.300 miliardi di euro la quota di nuovo debito emesso mentre la Bce taglierà 300 miliardi di acquisti.

La Bce ha finito di sottoscrivere quote in emissioni di obbligazioni sovrane a luglio, ma da allora ha promosso un’uscita graduale dal Qe e reinvestito i proventi dei titoli in scadenza. Ora non sarà più così e il combinato disposto tra fine degli acquisti, rialzo eccessivo dei tassi e stretta rigorista sulla politica fiscale può contribuire a un problema sistemico accelerando i rischi recessivi e, soprattutto, rendendo più oneroso il fardello debitorio per molti Paesi, Italia compresa, a causa del previsto rialzo dei tassi di interesse sui debiti che questa fase comporterà. Uno scenario critico che mette a rischio le prospettive di ripresa dell’Europa.

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