La crisi economica del Venezuela non conosce tregua ed ha ormai portato il Paese sull’orlo del baratro economico e sociale. La valuta nazionale, il bolivar, si è deprezzato, solamente quest’anno, del 90 per cento del suo valore mentre l’iperinflazione ha toccato quota 4,680 per cento contribuendo a distruggere il potere d’acquisto degli abitanti della nazione latinoamericana. Basti pensare, infatti, che il valore del reddito minimo, insieme all’assistenza alimentare, è di circa 10 dollari  al mese. Questo stato di cose ha portato il presidente socialista Nicolas Maduro ad affermare che la dollarizzazione dell’economia nazionale, cioè la circolazione parallela di bolivar e dollaro americano, può avere effetti positivi sul sistema produttivo venezuelano. La valuta di Washington non è però l’unica a circolare nello Stato: il governo e la compagnia petrolifera statale Pvdsa hanno iniziato ad effettuare pagamenti in euro, un altro cattivo segno per il bolivar.

Un disastro senza fine

Secondo i dati forniti da Ecoanalitica, una società di consulenza venezuelana, il 53,8 per cento delle transazioni economiche effettuate nei primi 15 giorni di ottobre ha avuto luogo utilizzando dollari americani. Il leader dell’opposizione Juan Guaidò, autoproclamatosi presidente ad inizio anno, ha inoltre affermato che le dichiarazioni di Maduro sulla dollarizzazione certificano un altra sconfitta del regime. La comunità internazionale, in ogni caso, non si è schierata unanimemente dalla parte degli oppositori di Caracas: Russia, Cina, Turchia e diverse altre nazioni continuano a supportare l’autorità di Nicolas Maduro sul Paese mentre Stati Uniti, Argentina, Brasile, Colombia e molti Paesi europei riconoscono Guaidò. Lo scontro politico, comunque, non contribuisce a risolvere quella che è ormai diventata una gravissima crisi socio-economica: al mese di giugno 2019, secondo le stime delle Nazioni Unite, oltre quattro milioni di venezuelani avevano abbandonato il Paese per cercare rifugio altrove. Numeri impressionanti che vanno a braccetto con i parametri di un’economia che, malgrado le immense ricchezze petrolifere, va sempre più a rotoli.

Le prospettive

In una fase di crisi per la sinistra latinoamericana, che ha recentemente perso anche il presidente boliviano Evo Morales, il Venezuela continua ad essere, paradossalmente, uno dei pochi bastioni progressisti della regione. Solamente una ribellione militare, che di fatto non si è mai verificata, potrebbe portare al crollo del governo socialista mentre sembra improbabile, dopo le lunghe fasi di tensione tra fazioni opposte, che un movimento di piazza possa generare un effettivo cambiamento a Caracas. L’appoggio dell’esercito, infatti, è il perno fondamentale che rende stabile il governo di Nicolas Maduro e gli consente di mantenere un certo controllo sulla vita dello Stato. La Russia in primis, inoltre, ha buoni rapporti con Caracas ed ha tutto l’interesse, insieme ad altre nazioni come Cuba, che l’esecutivo locale continui ad essere, almeno sulla carta, una spina nel fianco alla penetrazione americana nella regione.

L’estensione territoriale del Venezuela, infatti, rende improbabile lo scoppio di un conflitto oppure un’invasione da parte di Washington, che continua ad indebolire il Paese attraverso l’uso delle sanzioni ma che è ben conscia dei rischi politici di una guerra. I costi umani, infatti, sarebbero probabilmente molto alti e l’amministrazione americana ritiene, probabilmente, più conveniente aspettare che Caracas si logori da sola. L’agonia della nazione continua a coinvolgere i suoi sfortunati cittadini, costretti alla fuga o perlopiù ad una vita precaria qualora decidano di restare mentre una vera e propria soluzione a questa crisi sembra ancora lontana.

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