Compromesso, grave errore, leggerezza, illusione. Sono state utilizzate più parole per definire la cessione parziale di uno dei quattro terminal del porto di Amburgo, il terminale di Tollerort, al gruppo statale cinese per le spedizioni e la logistica Cosco. In ogni caso, la Germania è finita nell’occhio del ciclone, accusata di voler avviare una nuova collaborazione strategica con un Paese, la Cina, che, come recentemente successo con la Russia nel settore energetico, potrebbe crearle potenziali ed enormi problemi economici futuri.

Nonostante le polemiche, il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha difeso la soluzione sposata dal suo governo sul porto di Amburgo. La viceportavoce dell’esecutivo federale, Christiane Hoffmann, ha comunicato che Scholz ha chiarito come non si tratti di vendere il principale porto della Germania, ma “soltanto” una partecipazione in uno dei suo quattro terminali.

Scendendo nei dettagli, infatti, la partecipazione finita nelle mani di Cosco, e quindi della Cina, ammonta al 24,6% del terminale di Tollerort. Si tratta, dunque, di una quota ridotta e che non apre ad “alcuna influenza strategica” dell’azienda, ha aggiunto Hoffmann. Nel tentativo di alleggerire ulteriormente la tensione, la portavoce ha infine chiarito che Scholz è consapevole della decisione, e che questa “non ha nulla che vedere” con la sua visita in Cina a novembre, dove a Pechino incontrerà il presidente cinese Xi Jinping.



Poco dopo l’annuncio della chiusura della trattativa con Cosco, sempre dalla Germania, è arrivata un’altra notizia che ribadisce la volontà tedesca di rafforzare l’interazione economica con la Cina. Il gruppo chimico tedesco BASF ha infatti comunicato di aver avviato la produzione di un nuovo impianto di glicol neopentilico (NPG) nello Zhanjiang, con una capacità produttiva annua di 80.000 tonnellate.

Il sito di NPG, che dovrebbe essere pienamente operativo nel quarto trimestre del 2025, porterebbe la capacità globale di NPG di BASF dalle attuali 255.000 tonnellate a 335.000 tonnellate all’anno, confermando il gruppo come uno dei principali produttori di questo intermedio al mondo. In questo momento BASF ha impianti per la produzione di NPG a Ludwigshafen, Germania, a Freeport, Texas, negli Stati Uniti ed anche a Nanchino e Jilin, in Cina.

Morale della favola: mentre l’Europa, a cusa delle tensioni tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese, diffida sempre più di Pechino, la Germania ha scelto di adottare un altro approccio.

La strategia economica della Germania

Le ultime vicende raccontate, quelle relative al porto Amburgo e alla BASF, evidenziano come Berlino stia cercando in tutti i modi di affinare una strategia nazionale di integrazione industriale con la Cina. E per di più senza troppi riguardi nei confronti della prospettiva europea comune, o almeno della posizione strenuamente atlantista sbandierata da Bruxelles.

Le relazioni economiche tra Germania e Cina, del resto, risultano alquanto floride, e questo nonostante Berlino sia un pilastro dell’europeismo, dell’atlantismo e della Nato. Gli investimenti tedeschi oltre la Muraglia si concentrano per lo più nel settore dell’automotive, mentre quelli cinesi in Germania sono più variegati e comprendono computer, stoffe e apparecchiature elettroniche. Secondo i dati dell’Oec, nel 2020 la Germania ha esportato 106 miliardi di dollari in Cina.

Negli ultimi 25 anni le esportazioni tedesche verso la Cina sono aumentate a un tasso annuo dell’11,8%, passando da 6,58 miliardi di dollari nel 1995 a 106 miliardi di dollari nel 2020. Altri dati da tenere in mente: nel commercio con il mondo, l’avanzo complessivo tedesco supera la soglia fissata dalla Commissione europea del 6% (l’8,5% del pil tedesco nel 2015, il 7% nel 2020), e pure quella cinese (l’1,9% del pil nel 2020). Detto altrimenti, la Germania dà l’impressione di voler sfruttare la propria posizione rilevante in seno all’Ue per fare incetta dei benefici commerciali che potrebbero tranquillamente essere ripartiti tra i vari membri dell’Unione.

Come se non bastasse, il perenne avanzo tedesco (nel 2020 oltre 179 miliardi di euro) è fonte di instabilità dell’economia internazionale, dato che le eccedenze corrispondono sempre a dei disavanzi. Guardando al commercio tra Cina e Ue, la Germania è l’unico Paese membro che registra un surplus rilevante: 14,4 miliardi nel 2020, con un interscambio di quasi 180 miliardi (82 miliardi di import e 96,5 di export). Il valore è tuttavia destinato ad aumentare se consideriamo anche i flussi in transito al porto di Rotterdam, in entrata e in uscita dalla Germania.

Le conseguenze (geo)politiche

Deutsche Welle ha scritto che oggi, in Cina, sono attive circa 5.000 aziende tedesche, con investimenti pari a quasi 90 miliardi di euro. La Cina, inoltre, risulta essere il partner commerciale più importante per Berlino (da sei anni), il Paese che invia il maggior numero di studenti stranieri nelle università tedesche (43.629), nonché quello con il quale il governo tedesco ha elevato le sue relazioni al livello di “partenariato strategico globale“. Il Ministero degli Esteri tedesco definisce i rapporti con la Cina come “sfaccettati e intensi”. Ma la Cina, per la Germania, è allo stesso tempo un partner, un concorrente e un “rivale sistemico”, per adoperare il lessico degli Stati Uniti.

Bisogna poi considerare le oltre 100 partnership attive tra le città tedesche e quelle cinesi. La più nota e importante, probabilmente, riguarda Duisburg e Wuhan. Lo zoo di Duisburg è orgoglioso, non solo dei suoi panda rossi, ma anche del suo giardino cinese, completo di padiglione acquatico, ponte ad arco e statue di leoni, il tutto donato della sua città cinese gemella. Nel frattempo, l’Università di Duisburg-Essen mantiene la cooperazione con i partner cinesi. Aspetto ancor più rilevante, la città tedesca si è trasformata in un incrocio della Nuova Via della Seta. Qui, ogni settimana, arrivano dalla Cina 60 treni colmi di merci. E quando il primo treno è approdato alla stazione di Duisburg, nel 2014, Xi Jinping era in piedi sui binari ad attenderlo, al fianco di Sigmar Gabriel, all’epoca Ministro degli Esteri tedesco.

Se per anni la Germania ha evitato di affrontare la contraddizione di essere colonna dell’atlantismo e alleata Usa e, parallelamente, partner privilegiata della Cina, oggi Scholz si trova in una posizione delicatissima. La sensazione è che il cancelliere tedesco sappia perfettamente che Berlino non si trovi a metà strada tra Washington e Pechino. La Germania è infatti nettamente più vicina agli Stati Uniti. Eppure non sembrerebbe avere alcuna intenzione di sacrificare le opportunità economiche offerte dalla Cina.

Internamente, Scholz è stato criticato da più fronti. A detta di Friedrich Merz, leader della Cdu e all’opposizione, è stato “un errore” dare il via libera all’accordo con la società cinese ad Amburgo. “Non capisco come il cancelliere possa insistere su una situazione del genere. Non si tratta di questioni finanziarie bensì politico-strategiche”, ha aggiunto Merz. Anche il presidente tedesco, Frank-Walter Steinmeier, ha messo in guardia da una dipendenza eccessiva della Germania dalla Cina. Intervistato dall’emittente radiotelevisiva Ard, Steinmeier è stato chiaro: “Per il futuro, significa che dobbiamo imparare le lezioni e ridurre le dipendenze unilaterali ove possibile, questo vale anche per la Cina in particolare”. Dal canto suo la Cina ha auspicato una “cooperazione concreta” con la  Germania e la fine di “clamori infondati”.

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