Il parlamento ucraino ha votato in favore della rimozione del bando che prevedeva il divieto, generalizzato, di vendita dei territori agricoli. La proposta politica dovrà essere approvata anche in seconda lettura ed inizierà ad avere effetto dall’ottobre del 2020 e secondo le stime del governo farà incrementare il Pil di due, tre punti percentuali solo nel primo anno.

Chi è a favore di questa svolta ha ricordato come la caduta del bando favorirà lo sviluppo degli investimenti nel settore agricolo ( l’Ucraina è tra i maggiori esportatori mondiali di grano) mentre i contrari temono che oligarchi e stranieri possano, grazie alla propria forza economica, sfruttare la situazione ed acquisire vasti territori. La legge prevede, in ogni caso, un prezzo minimo di partenza per le aree agricole e limiti alla quantità che può essere posseduta da una persona od entità.

Una svolta necessaria?

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è favorevole al provvedimento legislativo ed il premier Oleksiy Honcharuk ne ha definito il passaggio, come riferito da Radio Free Europe, come un momento storico destinato a proiettare l’Ucraina tra le economie di mercato e ad allontanare la nazione dal feudalesimo. Il voto parlamentare è giunto un giorno prima che la task force del Fondo Monetario Internazionale inizi a lavorare a Kiev. Il governo ucraino necessita di un prestito, del valore di 6 miliardi di dollari, da parte dell’istituto finanziario internazionale che, però, ha legato l’elargizione all’adozione di misure di austerity ed a riforme strutturali. L’Fmi ha sostenuto, in passato, che Kiev debba aprire il proprio mercato dei terreni mentre l’Unione Europea si è espressa a favore del provvedimento. I volti nuovi della politica ucraina sono intenzionati a voler modernizzare il Paese ma i loro progetti ambiziosi rischiano di scontrarsi con le resistenze ed i timori di una parte della popolazione. Le riforme generano, da sempre, contrasti e bisognerà monitorare  l’evoluzione anche in questo caso.

Le prospettive

L’Ucraina necessita di forti tassi di crescita per uscire  dalla profonda crisi economica che l’ha colpita in seguito al conflitto nel Donbass ed alle vicende della Crimea. L’instabilità ha infatti reso la nazione meno appetibile per gli investimenti esteri e per lo sviluppo di un’industria turistica radicata che avrebbe, di certo, un grande potenziale. Le riforme economiche non possono prescindere, però, da una risoluzione della guerra che vede Kiev ed i separatisti fronteggiarsi negli oblast di Donetsk e Lugansk. I processi di modernizzazione dell’apparato produttivo, infatti, potrebbero risultare inefficaci qualora una situazione di tensione e gli scontri proseguano nell’Est del Paese. L’Ucraina è uno degli Stati più poveri d’Europa ed il salario mensile netto continua ad essere particolarmente basso, una condizione che deve mutare se si vuole far progredire Kiev e farla avvicinare, con la dovuta lentezza, alla futura prospettiva di un ingresso nell’Unione Europea. Gli esecutivi ucraini, sin dal 2014 filo-occidentali ed atlantisti, non hanno mai fatto mistero della propria preferenza per Bruxelles e Washington rispetto a Mosca, partner privilegiato sino agli eventi del 2014 e da allora nemico giurato. Nulla, però, può accadere senza sforzi, di certo dolorosi ma necessari a modernizzare il Paese ed a renderlo più dinamico ed aperto.

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