Il tema della protezione degli asset bancari in tempo di crisi è fondamentale nel contesto delle garanzie per la sicurezza finanziaria del Vecchio Continente in questi anni complessi per l’economia europea. La riforma recente del Mes va nella direzione dell’introduzione di un’ulteriore clausola di salvaguardia introducendo fin dal 2022, in anticipo di due anni, la possibilità che il Fondo di risoluzione (Sfr) per le crisi bancarie possa chiedere al “salva-Stati” un prestito-paracadute fino ad un massimo di 68 miliardi qualora le sue dotazioni finanziarie non fossero sufficienti a tamponare una crisi strutturale del mondo bancario europeo.

Si tratta di una dotazione notevole in potenza, un’extra garanzia legata a un fondo cui contribuiscono anche fondi italiani per 125 miliardi di euro (17,91% del totale), esterno ufficialmente ai trattati Ue, di cui potrebbero beneficiare, realisticamente, solo le banche di due Paesi: Francia e Germania.

Con la riforma del Mes, infatti, ogni procedura di risoluzione bancaria dovrebbe seguire questo protocollo:

  • Tentativo di risoluzione ordinario con l’attivazione delle risorse governative o del tentativo di tamponamento delle sofferenze bancarie.
  • In caso di insuccesso, attivazione delle clausole sul bail-in per la risoluzione della crisi con la ristrutturazione delle sofferenze e delle passività dell’istituto. L’azzeramento del valore di azioni e obbligazioni e il prelievo sui depositi più elevati sono funzionali a ottenere risorse fino al 8% del passivo della banca coinvolta, il che, come abbiamo visto in Italia, solo qualche anno fa, non è proprio un fattore di stabilità e tranquillità per i risparmiatori.
  • Se anche questi protocolli non dovessero funzionare, il Meccanismo di risoluzione unico del’Unione Europea prevede nei prossimi anni l’entrata in vigore del Srf, che dovrà iniziare a garantire alle banche un paracadute economico fino a un tetto massimo di 55 miliardi di euro.
  • Se questi fondi non dovessero bastare, si arriverebbe al ricorso al Mes.

Una discesa lungo questi quattro gradini è difficilmente considerabile per una banca non appartenente a uno dei due Paesi guida dell’Ue. In primo luogo perché oramai, dopo la dura cura dimagrante sui crediti deteriorati, le banche italiane e quelle spagnole, le uniche di dimensioni paragonabili, sono paradossalmente più sane e sicure. E in secondo luogo perché i giganti del credito che possono rivaleggiare con i gruppi franco-tedeschi fuori dai due Paesi sono ben pochi e di solidità tale da non far temere per casi come le crisi di Deutsche Bank e Commerzbank degli anni passati.

Vi è poi il tema del cosiddetto “Allegato III” della nuova linea di credito che condiziona l’accesso ai finanziamenti al rispetto di una serie di parametri quantitativi legati ai trattati comunitari a cui, formalmente, il Mes è esterno e al quale i decisori europei vogliono oggi ricondurlo. Patto di stabilità e Fiscal compact sono, momentaneamente, sospesi ma dal 2022 non c’è alcuna garanzia che possano esser stati superati. Dunque, in caso di slavina finanziaria, le banche italiane non potrebbero muoversi nella direzione dell’attivazione del Mes per i fondamentali macroeconomici del nostro Paese.

C’è il rischio di una grossa asimmetria politica ed economica da parte dell’Italia: approvare una riforma che renda il Mes creditore del meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie, senza garanzie sul trattamento futuro delle passività deteriorate, che si prevede destinate a decollare negli anni a venire e senza garanzia sull’entità di condizionalità che ci saranno richieste, sull’altro fronte. Per approvare le riforme del Recovery Fund, il cui esito potrebbe essere un nuovo fardello di passività sul nostro bilancio che ci allontanerebbero dalla possibilità di esser a nostra volta creditori dei prestiti bancari Mes. Non serve girarci troppo attorno: Francia e Germania hanno voluto questa riforma come assicurazione sulla vita del loro sistema finanziario e hanno esercitato tutto il loro capitale politico anche sui governi alleati per portarla a compimento.

Questa è l’Europa, un gioco politico competitivo in cui negare che l’autorità ultima spetti agli Stati significa non rendersi conto di quanto le ingenuità politiche del nostro Paese abbiano contribuito all’autolesionismo in ambito comunitario. In futuro la maggioranza europeista che sostiene il governo giallorosso potrà dire di aver ritrovato unità di fronte al voto sulla risoluzione che consentirà il via libera italiano alla possibilità di salvare banche francesi e tedesche in crisi sistemica con fondi italiani. Senza certezza sulle contropartite per il Paese.

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