Del Meccanismo europeo di stabilità si è parlato, a lungo e spesso a sproposito, nei mesi iniziali della crisi pandemica sulla scia dell’avvio del dibattito sul fondo “sanitario” connesso al Fondo salva-Stati inserito dai Paesi europei e mai attivato da nessun governo.

Agenzia o Mes?

Non si tratta, però, di memorandum per l’austerità da imporre a Paesi europei o antistorici programmi di supervisione fiscale, spazzati via dall’incedere del Covid. Mario Draghi e Emmanuel Macron pensano a qualcosa di diverso e, cioé, di fare del Mes una struttura più adatta a risolvere la crisi strutturale dei debiti non imponendo tagli in nome della sua riduzione ma diventando l’organizzazione capace di assorbire le gigantesche passività create dalla risposta alla crisi nell’ultimo biennio.

La proposta politica parte dalla lettera comune inviata al Financial Times il 23 dicembre scorso e dall’esame politico di uno studio di cui sono autori i consiglieri economici dei due leader (Francesco Giavazzi per Palazzo Chigi e Charles-Henri Weymuller per l’Eliseo) e due economisti italiani (Veronica Guerrieri e Guido Lorenzoni) dal titolo “Rivedere il quadro fiscale europeo”. In questo piano promosso dai due leader dell’Europa latina si perora un’agenzia del debito – che, si dice in una nota, potrebbe essere il proprio Mes oppure un organismo di nuova costituzione – a cui trasferire gradualmente in un arco di cinque anni la parte dei debiti pubblici dovuta alle spese per il Covid attualmente detenuta dalla Bce. Tali titoli sarebbero mantenuti in pancia dal Mes/agenzia che dovrebbe mantenerli in portafoglio in perpetuo, rinnovandoli alla scadenza per mantenere la percentuale sempre fissa e abbattere gradualmente la spesa per interessi dei Paesi membri. In cambio, l’ente si impegnerebbe ad emettere titoli europei a basso rischio e basso rendimento per attuare, grazie ad essi, uno scambio con la Bce.

La corsa della Bce sui debiti

Dall’inizio della crisi pandemica e almeno fino al marzo prossimo l’Eurotower si è imbarcata in uno sforzo colossale per sostenere i debiti europei. Tra gli oltre mille miliardi di euro di acquisti diretti di titoli del Pandemic Emergence Purchase Plan (Pepp) e gli oltre 2000 miliardi messi in campo Targeted Longer-Term Refinancing Operation (Tltro, operazioni mirate di rifinanziamento a lungo termine), 330 dei quali affidati nel solo giorno dell’anniversario del Pepp, il 18 marzo 2021, lo sforzo complessivo supera le dimensioni del Pil francese. L’economista Leonardo Becchetti ha sintetizzato le dinamiche innescate dalla Bce in un’analisi  pubblicata su Avvenire: in questa fase in Europa “stiamo vivendo de facto una ‘quasicancellazione’ di una quota rilevante del debito con l’attuale politica della Bce di acquisto di titoli pubblici degli Stati membri, impegno non dichiarato a riacquistare nuovi titoli a scadenza e retrocessione dei guadagni da interesse ai Paesi membri”. Quantificando per l’Italia questo impegno va ricordato che al 30 novembre il duo Bce/Banca d’Italia deteneva titoli pubblici italiani per 679 miliardi, pari al 29% del debito pubblico costituito da titoli (251 acquistati col programma pandemico Pepp e 428 col programma Pspp lanciato da Mario Draghi partito nel 2015), e si stima che entro marzo gli acquisti Pspp e Pepp dell’ultimo biennio possano toccare complessivamente quota 350 miliardi.

Un rientro di questo tipo imporrebbe 70 miliardi di euro di cessioni di titoli italiani dalla Bce al Mes/agenzia per cinque anni consecutivi. Il fardello debitorio sarebbe dunque svincolato dalla gestione Bce per garantirle mani più libere in sede di politica monetaria e un Paese come l’Italia avrebbe la garanzia che esso sarebbe sottratto al gioco speculativo, ma il prezzo non sarebbe affatto nullo. Un attento studioso come Giuseppe Liturri ricorda infatti su StartMag che nel caso in cui sarà il Mes a occuparsi della gestione del debito” gli interessi relativi a quel debito oggi ritornano nella casse del Tesoro attraverso i dividendi di Bankitalia e quindi il contributo richiesto, che a prima vista appare un regalo, andrebbe a peggiorare il bilancio del Paese. Inoltre dovranno essere rispettati criteri di ammissibilità al Mes che, per i Paesi come il nostro, significa firmare un protocollo d’intesa con specifici impegni di politica economica monitorati dal Mes”. Va inoltre sottolineato che il Mes o qualsiasi nuova agenzia del debito europea dovrà gestire capitali dati dagli Stati al momento della sua costituzione. Per acquisire i debiti europei, ad esempio, il Mes dovrebbe usare il capitale sottoscritto e non versato, cioè 624 miliardi, di cui 114 a carico dell’Italia.

Indubbiamente, va detto, l’agenzia del debito è un primo passo, anche se per ora limitato, verso il debito comune europeo e negli studi viene ipotizzato anche un suo ruolo per gli investimenti comuni. Ma possiamo definire fattibile un suo ruolo vincolato a un organismo rivelatosi superato e inefficace come il Mes? Niente affatto, come Liturri giustamente sottolinea e come la realtà dei fatti conferma. Ad oggi, concretamente, neanche dopo Next Generation Eu non c’è infatti un debito pubblico dell’Eurozona, ma i debiti pubblici degli Stati membri si muovono in forma diversa e neanche lo scorporo di quote ingenti per renderli dei titoli di fatto permanenti cambierebbe l’esposizione di Paesi come l’Italia, la Grecia, il Portogallo al rischio di volatilità.

La proposta alternativa (tutta italiana)

Uno studio più sistemico, e di molto antecedente la proposta  Draghi-Macron, ha forse trovato la quadratura del cerchio che il gruppo di Giavazzi non è riuscito a completare: unire stabilità del debito, nuove istituzioni, programmi per la crescita e organizzazione della ripresa sotto un’agenzia comune del debito senza lasciare spazio ad asimmetrie. Guidato dal docente della Bocconi Massimo Amato, un team di economisti costituito da Everardo Belloni (Politecnico), Paolo Falbo (Università di Brescia) e Lucio Gobbi (Università di Trento) proponeva già ad aprile 2020, in piena prima ondata Covid, l’European Debt Agency (Eda) come efficace strumento anti-crisi e anti-recessione.

Lo studio “Transforming Sovereign Debts into Perpetuities through a European Debt Agency” del gruppo di Amato parte dal presupposto che in una crisi comune le modalità di finanziamento degli interventi per farvi fronte devono essere comuni e non devono essere punitive (Mes e condizionalità, anche blande, o controproducenti clausole di creditori privilegiati) e, come ricordato su Economia e Politica, sottolinea il fatto che un’agenzia di questo tipo non dovrebbe fare da dispensa del debito pre-esistente. Piuttosto, dovrebbe sfruttare la “possibilità di emettere un bond europeo comune che fornirebbe ai mercati il safe asset di cui abbisognano, e fornirebbe agli stati un approvvigionamento di crediti libero da un rischio di liquidità alimentato da aspettative autorealizzantesi e ormai fuori controllo”.

Uno strumento di gestione ex ante della crisi, capace di sterilizzare a monte quello che non è detto possa essere sterilizzato a valle: il differenziale di potenzialità economiche e fondamentali dei diversi Paesi europei, vera fonte di un possibile caos sistemico da debito pubblico. Amato e colleghi proponevano un bond comune che potrebbe essere emesso senza imporre agli stati nessuna mutualizzazione perché l’agenzia farebbe pagare agli stati una rata annuale, ricalibrabile, ma sempre in proporzione al loro rischio fondamentale, senza però far riflettere questo differenziale nel prezzo finale del titolo. Niente Mes, niente condizionalità, sovranità economica garantita e prospettive di successo elevate: una misura su cui, in vista del futuro, vale la pena investire appieno. Al netto del fatto che parlare della non intangibilità del mito del debito pubblico, caro ai rigoristi del Nord, è di per sé una buona notizia.

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