L’esecutivo peronista di Buenos Aires  deve trovare, con la massima urgenza, una via d’uscita alla grave crisi economica che continua ad attanagliare il Paese latinoamericano. L’Argentina, però, deve fare anche i conti con il rischio default e con la necessità di restituire, ai creditori ed al Fondo Monetario Internazionale, i miliardi di dollari di cui è debitrice per evitare un nuovo e disastroso default. Il ministro dell’Economia Martin Guzman ha così inviato un disegno di legge al Congresso che dovrebbe fornire una base legale per consentire al Paese di migliorare le prospettive del suo debito. Almeno due dei seguenti tre parametri dovrebbero essere modificati: l’ammontare totale, il tasso di interesse ed i termini del debito.

Un peso insostenibile

Guzman, come riportato dal Al Jazeera, ha parlato di una situazione insostenibile per l’economia argentina e della necessità di rendere più sostenibili i termini degli accordi con i creditori. Il ministro dell’Economia ha poi aggiunto che l’Argentina ha volontà di restituire il dovuto ma che per farlo avrà bisogno di crescita e di un’attenuazione della pressione su di se e necessariamente di tempo. Le parole pronunciate a Davos da Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia e mentore di Guzman, sulla possibile evoluzione della crisi argentina potrebbero però aver suscitato un certo timore tra i creditori del Paese latinoamericano. Secondo Stiglitz, infatti, i creditori si dovranno preparare a perdite massicce e ad haircuts significativi: uno scenario non del tutto roseo e che potrebbe andare a generare inquietudine. Il futuro dell’Argentina è in ogni caso strettamente legato ad una rinegoziazione del debito che non si annuncia per nulla facile. L’economia del Paese dovrebbe contrarsi anche nel 2020, per il terzo anno consecutivo, mentre alcuni fondamentali come il tasso di disoccupazione e quello di inflazione (attestatosi intorno al 50 per cento)  non fanno ben sperare.

Le prospettive

Il quadro macroeconomico di Buenos Aires, certamente non confortante, non è l’unica cattiva notizia per l’amministrazione del peronista Alberto Fernandez: l’Argentina, infatti, rischia di trovarsi piuttosto isolata anche all’interno delle dinamiche politiche latinoamericane. Il governo progressista, infatti, è stato eletto in un momento in cui a prevalere, nel continente, sono gli esecutivi ed i partiti politici conservatori: dal Brasile alla Colombia, dal Cile agli Stati Uniti, dall’Uruguay al Perù passando per Bolivia e Paraguay sono ben pochi gli Stati americani di tendenza progressista. Tra questi ci sono di certo il Messico, il Venezuela, l’Ecuador, il Nicaragua e ben pochi altri. Un gruppetto che, probabilmente, non potrà fornire supporto a sufficienza nei confronti di una Buenos Aires con sempre maggiori problemi. La condizione del presidente Evo Morales, infine, rischia di creare ulteriore imbarazzo all’amministrazione peronista: l’ex Capo di Stato boliviano, riparato dapprima in Messico e poi in Argentina, rischia di rivelarsi una presenza ingombrante e di andare a generare una contrapposizione sempre maggiore con la nuova amministrazione del Paese andino.

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