I mercati vogliono lasciarsi alle spalle i mesi più bui di questa annata da incubo e la ripresa si accompagna ad un più generale rialzo del prezzo del petrolio. L’indice Brent segna (circa) 46 dollari al barile di greggio: ai massimi da marzo del 2020. La crescita di questi ultimi giorni ha una spiegazione piuttosto semplice: gli impianti petroliferi americani del Golfo del Messico sono in stand-by a causa dell’avvicinarsi dell’Uragano Laura e ciò ha spinto i prezzi verso l’alto. L’ascesa del greggio avrebbe potuto essere ancora più consistente ma è stata frenata dall’aumento di casi di Covid-19 nel mondo e nello specifico in India ed Europa.

Segnali preoccupanti

L’economia globale ed il mercato del petrolio, in assenza di tempistiche certe in merito allo sviluppo ed alla commercializzazione di un vaccino anti Covid-19, sono particolarmente vulnerabili nei confronti della cosiddetta seconda ondata di infezioni. Una preoccupazione, quest’ultima, condivisa anche dagli Stati membri dell’Opec+ che hanno reso noto che la ripresa del mercato è stata più lenta del previsto a causa di una possibile seconda ondata. Sette candidati vaccini hanno raggiunto le fasi finali della sperimentazione e ciò dovrebbe indurre un certo ottimismo che, però, fatica a tramutarsi in certezze. Il boom delle rinnovabili,  inalterato nonostante il crollo dei prezzi, costituisce un ulteriore ostacolo di lungo termine alla ripresa. Il gigante petrolifero Equinor ha annunciato un taglio del 20 per cento della forza lavoro in Canada, Regno Unito e Stati Uniti per approfittare dei prezzi ribassati mentre il colosso saudita Aramco ha mostrato segni di stanchezza: i profitti del secondo trimestre sono crollati del 73 per cento ( da 24.6 miliardi di dollari a 6.6) rispetto allo stesso periodo del 2019 a causa del crollo della domanda energetica generata dalla pandemia.

La visione del futuro

Secondo l’Energy Information Administration statunitense il prezzo medio al barile, nei prossimi mesi,sarà in crescita ed a contribuire al rialzo sarà il calo delle scorte a livello globale. Le stime tracciano un quadro incoraggiante: nel 2021 il Brent potrebbe toccare i 50 dollari al barile ed a contribuire al rialzo del petrolio c’è anche il buon andamento del mercato azionario e nello specifico anche l’ottimismo con cui i mercati europei hanno accolto i dati incoraggianti sulla fiducia degli investitori nell’economia dell’Eurozona. Il mercato azionario americano risente positivamente di un possibile prolungamento degli stimoli fiscali che hanno sostenuto i cittadini nel corso del lockdown. Il quadro avvantaggia (temporaneamente) i Paesi produttori, anche quelli che attualmente vivono una fase di crisi come Iran e Venezuela. Caracas, che possiede enormi giacimenti di greggio, è sull’orlo della bancarotta ed anche altri Stati che puntano molto sul petrolio, come l’Iraq, sono afflitti da gravi problematiche. La diminuzione dei prezzi ha impattato sul budget dell’Azerbaigian il cui deficit, inizialmente stimato al 2.3 per cento del prodotto interno lordo, è arrivato a toccare quota 12.4 per cento: ciò ha portato l’agenzia di rating Fitch a modificare l’outlook della nazione da stabile a negativo. Secondo Edoardo Campanella, economista di Unicredit sentito da BusinessInsider, ” il petrolio non è diventato improvvisamente un asset senza valore ma ha perso temporaneamente valore. Il coronavirus potrebbe provocare un picco dal lato della domanda anziché da quello dell’offerta e ciò potrebbe aprire le porte all’abbondanza: prezzi del greggio strutturalmente più bassi in assenza di tensioni geopolitiche”.

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