In principio c’era la Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta, il progetto architettato dalla Cina per stringere nuove alleanze e creare nuove occasioni commerciali con centinaia di Paesi. Otto anni dopo la Bri continua a essere un pilastro portante della strategia geopolitica di Pechino, tra obiettivi centrati, rimandati e falliti. Ma, appurata l’impossibilità di contrastare la crescente influenza cinese semplicemente screditando l’immagine del suo maxi piano infrastrutturale, gli altri player globali hanno pensato bene di proporre ai Paesi in via di sviluppo “Vie delle Sete” alternative.

L’obiettivo? Fare concorrenza alla Cina e cercare nuove occasioni commerciali. La lista è formata dalla cosiddetta “Via della Seta europea”, dalla B3W americana lanciata da Joe Biden nel corso del G7 in Cornovaglia e dalla Free and Open Indo-Pacific Stretegy (FOIP) capitanata da Giappone e, ancora una volta, Stati Uniti. Mentre il piano dell’Europa è stato appena accennato, la Strategia Indo-Pacifica libera e aperta è più definita, anche se fin qui ha avuto effetti limitati. Diverso il discorso relativo all’iniziativa Build Back Better World (B3W) che, dopo diversi mesi di anonimato, sta iniziando a prender forma.

La risposta degli Usa

Partiamo dalle basi. Quali sono le intenzioni dell’iniziativa B3W? Il primo: contrastare in tutti i modi il soft power cinese derivante dalla Bri. Il secondo (che poi è strettamente connesso al primo): fornire ai Paesi in via di sviluppo e a basso reddito un’alternativa concreta alla Nuova Via della Seta cinese così da consentire loro di sviluppare le proprie infrastrutture. Entro gennaio 2022, l’amministrazione Biden metterà sul tavolo una lista formata da 5-10 progetti esplorativi attraverso i quali fiondarsi sul “mercato” delle vie della seta.

Secondo quando riportato da Bloomberg, i funzionari Usa hanno visitato un ventaglio di Paesi sudamericani e africani – in attesa dell’Asia – per capire dove realizzare i suddetti progetti e a chi stanziare i finanziamenti. Al momento, la lista è composta da Senegal, Ghana, Ecuador, Colombia e Panama, ma molte altre nazioni si aggiungeranno all’elenco, che dovrà poi essere smistato e adattato alle esigenze geopolitiche di Washington.

B3W non si concentrerà solo sulla costruzione di strade, ferrovie e porti. Per quanto riguarda Ghana e Senegal, la delegazione Usa ha fatto tappa presso l’impianto di produzione di vaccini dell’Istituto Pasteur di Dakar e un magazzino della catena del freddo. A questo proposito, secondo alcune indiscrezioni la “Via della Seta” a stelle e strisce potrebbe creare proprio in Senegal un centro per la produzione di vaccini destinati all’Africa occidentale. Si parla, poi, dell’aumento dei prestiti alle imprese gestite da donne, alla riduzione del divario digitale a al rafforzamento delle forniture di energia rinnovabile.

Perché scegliere l’alternativa americana?

I Paesi in via di sviluppo potranno presto contare su una gamma di almeno tre-quattro “Vie della Seta” tra loro speculari. Ma perché un governo dovrebbe preferire B3W e non la Bri cinese, che non guarda in faccia né i sistemi politici presenti in un Paese né la democraticità espressa dai leader politici? Washington promette di offrire molto più che semplice denaro sonante, tra cui garanzie sui prestiti, partecipazioni, sovvenzioni, assicurazioni politiche e competenze tecniche da impiegare in quattro ambiti focali (tecnologia digitale, salute, uguaglianza di genere e clima).

Gli Stati Uniti sperano di essere convincenti puntando sul no a trappole del debito, zero corruzione, e no a scarsa trasparenza, tre aspetti spesso associati alla Bri cinese. Washington ha fatto capire di non voler chiedere agli eventuali partner né accordi di non divulgazione né patti collaterali, che potrebbero comportare il sequestro di aeroporti o porti. Il piano di Biden deve però fare i conti con due ostacoli non da poco.

Innanzitutto, i Paesi individuati dalla Casa Bianca come meritevoli di finanziamenti necessitano di un’enorme quantità di denaro; si parla di 40mila miliardi di dollari entro il 2035, e non è detto che l’America sia disposta a investire più della Cina. Dopo di che influisce e non poco anche l’atteggiamento della Cina. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha provato a gettare benzina sul fuoco dichiarando che c’è uno “spazio enorme” per la cooperazione sulle infrastrutture in tutto il mondo. “Le diverse iniziative non si compensano o si sostituiscono a vicenda”, ha aggiunto, nel palese tentativo di smorzare gli entusiasmi legati a B3W. Quale sarà la risposta di Washington?

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