La prima doccia fredda è arrivata all’inizio di settembre, al termine di un’estate estenuante contraddistinta da un braccio di ferro senza precedenti tra i vari leader europei sulla modalità di assegnazione degli aiuti dell’Ue ai Paesi colpiti dalla pandemia di Covid-19. A pochi passi dal traguardo, quando tutti gli osservatori si aspettavano soltanto segnali positivi, ecco materializzarsi un inatteso muro contro muro: Parlamento europeo da una parte e Consiglio europeo dall’altra.

Ovvero lo stesso testa a testa che ancora oggi continua a bloccare l’iter legislativo di ratifica da parte dei Parlamenti nazionali entro la fine del 2020 tanto sul bilancio pluriennale 2021-2027 che sul Recovery Fund. Entrambi, ricordiamolo, concordati in un vertice di luglio. Ebbene, a settembre i negoziatori dell’Eurocamera hanno sostanzialmente bocciato la proposta messa sul tavolo dal Consiglio, che chiedeva di aumentare i fondi solo a pochi programmi bandiera dell’Unione europea.

Il Parlamento, a sua volta, ha rilanciato con un aumento delle risorse su 15 capitoli di spesa e con un rafforzamento delle condizionalità legate al rispetto dello Stato di diritto al fine di erogare i sussidi europei. Alcuni europarlamentari, come il belga Johan Van Overtveldt, presidente della commissione Bilanci, hanno definito le proposte del Consiglio “inaccettabili”. L’unico modo per uscire dall’impasse, avevano fatto presente i negoziatori, passava per la presentazione una proposta veramente sostenibile da parte del Consiglio europeo.

Lo scontro tra Eurocamera e Consiglio Ue

Quello appena fatto è il riassunto delle puntate precedenti. Sono passati diversi mesi dalle prime scintille ma nessuno è riuscito a sciogliere lo spinosissimo nodo che sta rallentando l’entrata in funzione del Recovery Fund. Tutto (o quasi) passa per il negoziato sul bilancio Ue 2021-2027, a cui è legato lo stesso piano economico citato, che continua a essere rimandato. La trattativa è molto complicata, e dipende – come ha sottolineato il Corriere della Sera – dall’approvazione del meccanismo che dovrà unire il rispetto dello Stato di diritto all’erogazione dei fondi Ue.

C’è chi, come Polonia e Ungheria, vorrebbe questo meccanismo blando – con tanto di minaccia di mettere il veto sul bilancio e far saltare il tavolo – e chi, è il caso dei Paesi nordici, lo vorrebbe rigoroso. Nell’altro campo di battaglia si gioca la partita economica: l’Eurocamera chiede una maggiore potenza di fuoco per finanziare alcuni programmi, mentre gli Stati membri non ha intenzione di riaprire l’accordo raggiunto faticosamente a luglio. Le settimane passano, la fumata bianca non arriva e, intanto, Europarlamento e Consiglio europeo si accusano a vicenda.

La lite passa dalla Germania

Quali sono le radici del malumore che aleggia tra le istituzioni di Bruxelles? Una possibile guerra intestina alla Germania. Secondo quanto riportato da Repubblica, tutto ruoterebbe attorno a Manfred Weber. Un nome noto, visto che qualche mese fa il tedesco cullava il sogno di occupare la presidenza della Commissione europea. Nella primavera del 2019, infatti, il Ppe aveva nominato come candidato alla presidenza della Commissione proprio Weber.

Trattandosi di un esponente della Csu bavarese, partito alleato con la Cdu di Angela Merkel, questa scelta non sarebbe andata particolarmente a genio alla Cancelliera. Merkel non aveva alcuna intenzione di opporsi, visto che avrebbe potuto compromettere l’intesa con gli alleati. Tuttavia la candidatura di Weber sarebbe stata letteralmente impallinata dal presidente francese Emmanuel Macron, alleato di Merkel. A quel punto la scelta per la guida della Commissione è ricaduta su Ursula von der Leyen, profilo decisamente più affine alla Cancelliera.

E Weber? È rimasto, con un pugno di mosche, a capo dei deputati del Pppe nell’Europarlamento. Alcune indiscrezioni sostengono che il grande sconfitto stia approfittando del negoziato tra Parlamento e Consiglio su bilancio e Recovery Fund per vendicarsi di von der Leyen e Merkel. Insomma, a causa di possibili ripicche tedesche, l’intera Europa è ancora lì ad auspicare, con il fiato sospeso, che la situazione relativa ai fondi possa possa sbloccarsi al più presto.

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