Spesso ripetiamo come un mantra frasi sulla Cina alle quali non diamo il giusto peso. Quando diciamo che il colosso asiatico controlla l’Africa, ha stretto nuovi legami commerciali con questo o quel Paese, è entrato in America Latina, è pronto a firmare un memorandum d’intesa con il governo X o sta per mangiarsi il governo Y, non riusciamo a immaginare davvero la reale potenza di fuoco su cui può far affidamento il Dragone. Per squarciare il velo, può essere utile affidarsi ai numeri, in particolare a un recente report partorito dalla brillante mente di un gruppo di ricercatori provenienti in parte dal Kiel Institute, in parte da Harvard. Lo studio tiene traccia dei prestiti concessi dalla Cina ai vari Paesi del mondo, e sottolinea come quasi la metà del denaro uscito dalla bocca del Dragone sia entrato nelle casse di governi appartenenti a Stati poveri o economicamente vulnerabili. Più che sulla quantità, vale però la pena soffermarci sulle modalità che regolano i prestiti.

Il reticolato cinese

Come ha scritto anche l’Economist, dal 2000 a oggi, i prestiti della Cina sono schizzati alle stelle, passando da cifre irrisorie a oltre 700 miliardi di dollari. Non sorprende che Pechino sia ufficialmente il più grande creditore al mondo, grande il doppio della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) messi insieme. Insomma, non stiamo parlando di bazzecole ma di qualcosa di estremamente potente. I tentacoli economici della piovra cinese affondano un po’ ovunque. Dai Balcani alla Bielorussia, dal porto del Pireo in Grecia alla costruzione di un ponte in Liberia, da una diga in Nepal ai finanziamenti a pioggia in Cambogia, da una moschea in Algeria a una ferrovia in Kenya. La lista potrebbe andare avanti all’infinito e includere pressoché tutti i Paesi al mondo, perché tutti, in un modo o in un altro, hanno ormai fatto affari con la Cina. Sul perché il governo cinese abbia deciso di puntare su una simile strategia la risposta è complessa ma può essere sintetizzata in modo molto semplice: creare legami, espandere la propria sfera di influenza, estendere la Nuova Via della Seta, escludere gli Stati Uniti.

(Infografica di Alberto Bellotto)

Un metodo opaco

Il complesso reticolato di prestiti della Cina comporta però un problema non da poco. Rintracciare il denaro concesso da Pechino è infatti spesso un’impresa ardua, dal momento che quei soldi transitano – sottolinea il South China Morning Post – attraverso vie opache e non trasparenti. Questo significa che i prestiti non sono inclusi nelle statistiche ufficiali né sono registrati da istituti di sorveglianza multilaterali o da agenzie di rating. Il meccanismo è semplice: Pechino eroga i prestiti direttamente agli appaltatori cinesi presenti in un dato Paese, senza alcun rischio che qualche governo dalle mani bucate possa sperperare tutto. Inoltre, come detto, la quantità delle somme resta lontana da occhi indiscreti e viene amministrata direttamente da mani cinesi. In particolare, si stima che la metà dei prestiti concessi ai Paesi in via di sviluppo sia “nascosta”, e che nessuno, neppure la Banca Mondiale e l’Fmi, abbia a disposizione dati ufficiali. Non sappiamo, ad esempio, quanti denari abbia prestato la Cina all’Iran, al Venezuela, allo Zimbawe  e a tanti altri soggetti.

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