Liz Truss è un primo ministro il cui governo è nato sotto il pessimo auspicio della morte della Regina Elisabetta II a due giorni dal suo insediamento ed è proseguito, nelle sue prime settimane, sull’ottovolante della crisi economica che sta mordendo il Regno Unito per il combinato disposto di inflazione galoppante e caos del mercato energetico e a cui le risposte iper-liberiste proposte dalla neo-premier non stanno offrendo una svolta. E la fuga dell’elettorato dal Partito Conservatore registrata dai sondaggi è emblematica: i sondaggi di fine settembre davano al Partito Laburista un vantaggio medio compreso tra il 13% registrato da FindOutNow e un incolmabile 33% segnalato da YouGov.

Il liberismo sfrenato di Truss spaventa lavoratori e mercati

In questo contesto l’editoriale apparso il 20 settembre scorso sul Financial Times a firma dello storico direttore Martin Wolf a commento dell’agenda economica della Truss e del neo-Cancelliere dello Scacchiere Kwasi Kwarteng appare come un epitaffio sull’era neoliberale: la testata che più di tutte è stata alfiere della globalizzazione spinta, per mano della firma che maggiormente ha perorato la causa della libertà dei mercati come fonte di emancipazione ha bocciato il maxi-piano della leader del Partito Conservatore.

Quando Kwarteng ha annunciato di voler far seguire al pacchetto energetico di emergenza una manovra fiscale orientata al taglio delle tasse, alla fine dell’aumento dei contributi assicurativi nazionali e allo stop alla nuova imposta sulle società, fissando inoltre un obiettivo di crescita annuale al 2,5%, Wolf ha bocciato l’ipotesi. Troppa deregolamentazione, troppa disuguaglianza, troppa instabilità politica in una fase in cui il Regno Unito vede l’autunno caldo delle bollette in volo avvicinarsi. Troppo thatcherismo nel mondo che torna al controllo securitario sull’economia da aggiungere a un sistema già profondamente lasciato agli animal spirits del capitalismo.

“La Thatcher”, nota Wolf, “ha liberalizzato i mercati del lavoro, frenato i sindacati, privatizzato le industrie nazionalizzate e tagliato le aliquote fiscali più alte. Le sue politiche (che includevano la promozione del mercato unico dell’Unione Europea), così come quelle dei governi successivi, hanno anche rafforzato la concorrenza nei mercati dei prodotti. Nel complesso, il Regno Unito di oggi è un paese a bassa tassazione, secondo gli standard di altre economie ad alto reddito. Ha un’economia deregolamentata, in cui i vincitori sono ben ricompensati, ma quelli che fanno meno bene sono penalizzati”, sulla base di un darwinismo economico severo. “Tali obiettivi thatcheriani sono ora una realtà”, chiosa l’editorialista.

L’errore dei Tory: dimenticare l’agenda di BoJo

La Truss ha però tirato dritto con i programmi della sua amministrazione per introdurre 45 miliardi di sterline di tagli alle aliquote superiori delle tasse usando il deficit e altre misure fiscali, scatenando un effetto panico sui mercati finanziari. Le dinamiche innescatesi negli ultimi giorni hanno colpito profondamente l’economia di Londra: le proposte di Truss e Kwarteng hanno provocato una forte svendita della sterlina e dei titoli di stato, costretto le banche a ritirare le offerte di mutui e portato alla censura da parte del Fondo Monetario Internazionale della manovra britannica. Di fronte alla crescita della speculazione mercoledì, la Banca d’Inghilterra ha dovuto effettuare un piano di emergenza e iniettare nel sistema 65 miliardi di sterline per prevenire un tracollo nel settore delle pensioni. Bloomberg ha ricordato che nel Regno Unito i mercati obbligazionari hanno perso 500 miliardi di sterline da quando Liz Truss ha vinto le primarie del Partito Conservatore sconfiggendo l’ex Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak.

Il liberismo più sfrenato negli Anni Ottanta e Novanta accendeva le fantasie di investitori e speculatori che oggi invece sono spaventati dalla sua riproposizione in una fase in cui il decennio post-Grande Recessione, il Covid-19 e la crisi energetica hanno riportato lo Stato al centro dell’economia e fatto avanzare le sue posizioni anche nel Regno Unito. Liz Truss è in crisi perchè non ha colto il fatto che la manovra sul caro bollette non poteva che essere la prima mossa per rilanciare l’economia britannica e che l’essenza del trionfo dei Tory nel 2019 e dell’agenda economica promossa da Boris Johnson stava proprio nell’ibridazione tra visione tradizionale conservatrice e attenzione alle istanze della parte profonda del Paese che aveva votato per la Brexit nel 2016.

Dopo la fine del governo di BoJo, autoproclamatosi “Cincinnato” e in attesa di vedere il destino del suo partito nei prossimi mesi, sono state messe in discussione le prospettive economiche che garantivano al Regno Unito ciò che negli ultimi due anni era stato faticosamente preservato: la pace sociale. Dai finanziamenti a politiche sul salario minimo agli investimenti produttivi in transizione energetica e gas, dalle tasse sugli extraprofitti delle utilities a tentativi di rafforzare la sanità i Conservatori di Johnson hanno fatto qualche passo in tal senso. Mentre il governo Truss ha dovuto ereditare un Paese sulle barricate.

Carovita, timori esistenziali per il futuro, incertezza: i cittadini britannici temono la miseria e Truss con le sue mosse ha iniziato col piede sbagliato. Sono entrati in sciopero i trasportatori della National Union of Rail, Maritime and Transport Workers (RMT); hanno incrociato le braccia tecnici e lavoratori dei call center di BT Group e nei sindacati della Royal Mail, nota Valigia Blu, ” circa il 96% dei votanti tra gli iscritti si è espresso in favore dell’agitazione sindacale. La partecipazione per quattro giornate di sciopero, divise tra agosto settembre, è state di oltre 115 mila lavoratore. Il sindacato promotore, Unite the Union, lamenta inoltre migliaia di ore non pagate” ai dipendenti.

Sterlina a picco

L’instabilità politica ha aumentato inoltre la volatilità della sterlina e dato mano libera agli speculatori. Da quando la sterlina è entrata per la prima volta in flottante nel 1971, nessun evento ha mandato la valuta britannica al di sotto del combinato disposto tra inflazione galoppante e in doppia cifra, prospettive di nuovo debito improduttivo e preventivato aumento delle disuguaglianze su cui Londra rischia di andare a sbattere. E dopo il record più che trentennale del 10,1% registrato ad agosto la banca d’affari Citi ha previsto che l’inflazione del Regno Unito potrebbe raggiungere il 18,6% a gennaio 2023, a causa di aumenti delle bollette energetiche e dei beni impattati dai rincari.

Mentre la sterlina si è svalutata di oltre il 17% sul dollaro nell’ultimo anno, la sardana speculativa delle ultime settimane ha richiamato molti osservatori a offrire il paragone con l’offensiva scatenata contro la valuta britannica da George Soros nel 1992. Allora la Gran Bretagna viveva come allora una fase di stagnazione e alta inflazione segnata da un trend recessivo dell’economia che, unito al valore bloccato della divisa nazionale ancorata al Sistema Monetario Europeo (Sme). Quando il Tesoro usò la Banca d’Inghilterra per attingere alle sue riserve valutarie per acquistare sterline per aiutare ad aumentare il valore della valuta e mantenere l’ancoraggio al marco tedesco, Soros piazzò una colossale scommessa ribassista che mandò KO la sterlina garantendogli profitti miliardari.

Allo stesso modo oggi gli speculatori shortano la strategia della Truss intesa sul tentativo di combattere l’inflazione con l’economia dello sgocciolamento dai ceti più ricchi a quelli meno abbienti, potenziale fonte di caos per milioni di cittadini e decine di migliaia di imprese messe all’angolo da una crisi energetica e in attesa di manovre a cui la crisi di governo iniziata a luglio ha impedito di rispondere adeguatamente.

I dolori del governo Truss

Truss e Kwarteng stanno mettendo in pratica appieno la loro agenda pensata nel 2012 nel saggio Britannia Unchained in cui fu teorizzata la strategia della “Singapore sul Tamigi”, Tortuga neoliberista da sdoganare come Global Britain priva degli ancoraggi tradizionali all’Europa, per quanto ai tempi l’attuale primo ministro non immaginasse ancora la Brexit di cui fu peraltro, nel 2016, avversaria.

Adam Tooze, storico dell’economia alla Columbia University, ha scritto sul Guardian del fatto che la manovra dei due può essere la scommessa definitiva per accelerare in futuro su quei tagli alla spesa sociale sempre avversati da Johnson in un “azzardo pericoloso per smantellare lo Stato definitivamente: “Nel 2010”, nota Tooze, “quando il governo di coalizione di David Cameron ha intrapreso l’austerità, ha invocato il panico del mercato obbligazionario per giustificare i suoi dolorosi tagli. Poi, il panico era più immaginario che reale. La crisi del debito in Grecia è servita da spauracchio”, aggiunge. Ora la Gran Bretagna appare artefice del panico interno scatenatosi nelle ultime settimane mentre, nota Tooze, “i rendimenti delle obbligazioni britanniche sono ora saliti al di sopra di quelli delle vittime del debito dell’eurozona, Grecia e Italia. I mercati si fidano meno del governo conservatore britannico meno degli eredi del post-fascismo a Roma”.

Nel 2019 i Tory hanno ottenuto la maggioranza sotto Boris Johnson impegnandosi a portare a termine la Brexit, rafforzare il National Health System e “livellare” le differenze tra il centro e la capitale Londra e le aree più povere. La spericolata inversione a U di Liz Truss, volontaria o meno che sia per i fini descritti da Tooze, è sicuramente complessa da digerire per un Paese strutturalmente fragile e in cui milioni di persone temono l’inverno in arrivo. E può segnare definitivamente la fine della lunga egemonia politica conservatrice.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.