Il Recovery Fund sarà, per l’Unione Europea, sicuramente affare dei prossimi mesi. Dalle prime settimane di discussione attorno alle risposte alla crisi del coronavirus è passata solo in parte la linea dei Paesi dell’Europa mediterranea, concordi nel chiedere misure nuove e solidali in risposta alla crisi dell’Unione Europea.

Angela Merkel ha riattivato la sponda col presidente francese Emmanuel Macron e ha portato all’incasso, su questo fronte, una vittoria tattica: in una prima fase saranno le tre istituzioni – a guida tedesca – della Banca europea degli investimenti, del Mes e della Commissione a fornire le risorse in dotazione ai Paesi europei in difficoltà. 200 miliardi la banca basata in Lussemburgo per attività di sostegno allo sviluppo e alla crescita, altrettanti per i prestiti del fondo salva-Stati e 100 miliardi per il fondo anti-disoccupazione di Bruxelles. Il Recovery Fund, invece, sarà quasi sicuramente messo in campo dal 2021.

La proposta di Ursula von der Leyen di arricchire con 320 miliardi di euro il bilancio Ue 2021-2027 per far partire una manovra destinata, attraverso l’effetto moltiplicatore, a portare in campo 2mila miliardi di euro a sostegno dell’economia europea sarà la bozza su cui i governi europei a partire dal Consiglio Europeo odierno si confonteranno.

Si fa presto a dire “Recovery Fund”: in assenza di uno strumento di monetizzazione del deficit controllato dalla Banca centrale europea l’Unione deve infatti vagliare diverse opzioni prima di aprire a una definitiva costruzione organica capace di gestire una massa di denaro tanto ingente.

Molti sono infatti i nodi da sciogliere sul tema del rilancio dell’economia europea. Come dovrà essere finanziato, in primo luogo, il platfond di risorse destinato a costituire il Recovery Fund? Con nuove risorse aggiunte al bilancio o con un mix di dotazioni pre-esistenti e nuove spese degli Stati? Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha proposto un piano da 1,5 trilioni di euro  finanziato con debito permanente e perpetuo da tutti i 27 Paesi Ue, ad esempio, mentre a Berlino sembrano più inclini a sfruttare le leve ordinarie della dotazione fiscale comunitaria.

Emmanuel Macron invece aveva messo in campo una via di mezzo, l’idea di un fondo da 550 miliardi di euro in grado di moltiplicare solo in un secondo momento la sua potenza con l’emissione degli Eurobond. Nessuna proposta reale è giunta invece dall’Italia e dal governo di Giuseppe Conte. 

Inoltre, come dovranno essere distribuite le risorse raccolte in questo modo? La bozza della Commissione promuove l’idea di una perfetta equiparazione tra prestiti e garanzie a fondo perduto, erogabili a seconda della natura di assistenza richiesta dai Paesi in crisi. Sanchez, invece, propone l’idea di un fondo che opererebbe come garante di trasferimenti diretti agli Stati in difficoltà, permettendo loro di contabilizzare i fondi ricevuti come un’assistenza una tantum vincolata alla durata della crisi. Un’altra idea interessante potrebbe essere ispirata a quella proposta dall’amministratore delegato di Intesa San Paolo Carlo Messina, che ha proposto di deviare sula Banca europea degli investimenti i miliardi bloccati nel Mes. Lo stesso potrebbe essere fatto con parte della dotazione raccolta dal Recovery Fund, sfruttando le capacità di intervento nell’economia del “gigante nascosto” d’Europa.

La partita politica sarà delicata e complessa: per questo ci vorranno settimane, se non mesi, per arrivare a trovare una quadra precisa. Ma la crisi morde e impone soluzioni ai leader europei: la road map al Recovery Fund e le modalità di intervento vanno ufficializzate il più celermente possibile.

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