Il consiglio direttivo della Banca centrale europea ha decretato la più importante svolta di politica monetaria degli ultimi anni: si chiude l’era dei tassi azzerati e degli acquisti massicci di titoli e si torna a programmare la lotta all’inflazione come priorità operativa.

Il Consiglio direttivo della Bce riunitosi oggi a Francoforte ha deciso importanti svolte. In primo luogo la Bce scrive in una nota che intende alzare i tassi d’interesse di 25 punti base al meeting di luglio, portandoli dunque dallo 0 allo 0,25% e aumentando il costo del denaro per i correntisti e gli investitori. Inoltre, l’Eurotower si aspetta di alzare nuovamente i tassi a settembre avviando un percorso graduale di rincaro. Si tratta del primo rialzo di tassi d’interesse dal luglio 2011, quando ad operarlo fu il governatore Jean-Claude Trichet. La mossa, com’è noto, avvenne in una fase di profonda recessione per l’Europa ed è ritenuta una delle cause della tempesta dello spread che si sarebbe avventata sull’Italia portando alla caduta del governo Berlusconi IV. Una mossa universalmente ritenuta autolesionista. Il tasso allora crebbe dall’1% all’1,50%, per poi iniziare con Draghi una netta discesa che lo avrebbe portato a zero, dove attualmente si trova, nel marzo 2016.

Non sarà rinnovato invece l’Asset Purchase Program, il piano che rappresentava il “colpo di coda” del quantitative easing targato Mario Draghi. Dopo la conclusione formale dell’ultimo programma di acquisti a partire dal primo giorno di luglio diverrà solo un ricordo del passato. L’App, lo ricordiamo, è stato l’ultimo piano promosso da Mario Draghi prima di passare il timone dell’Eurotower all’attuale governatrice Christine Lagarde. Resteranno invece in vigore per almeno un paio d’anni, ma in forma contenuta, gli interventi varati durante la pandemia. In riferimento al Pandemic Emergence Purchase Programm (Pepp), il Consiglio direttivo intende di fatto garantire vita utile al piano che ha consentito di portare oltre un trilione di euro in due anni a sostegno dell’economia e dei debiti europei consentendo agli operatori di reinvestire i pagamenti dei titoli in scadenza almeno fino alla fine del 2024.

“La comunicazione di Lagarde” sull’applicazione di queste misure – ha osservato all’AdnKronos Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia  – sarà determinante “per capire se esistono anche limitate possibilità di uno spiraglio per una leggera flessibilità sulle prossime azioni” mentre un “elemento di particolare interesse soprattutto per i mercati finanziari italiani sarà capire le possibili soluzioni per proteggere i paesi più indebitati da possibili attacchi speculativi”. Non a caso lo spread Btp-Bund è subito andato in sofferenza dopo il primo annuncio proveniente da Francoforte, allungandosi del 5% fino a 216 punti base, mentre le borse hanno reagito nervosamente.

Dopo la fase del sostegno alla ripresa post-crisi (era Draghi) e quella del contrasto alla pandemia (Lagarde) la Bce torna alla missione tradizionale di moderazione dei prezzi. E lo fa al termine di una fase in cui, dopo per lungo tempo aver cercato di alzare al 2% l’inflazione reale acquistando titoli e obbligazioni dei Paesi dell’Eurozona si è vista l’inflazione stessa andare fuori controllo a causa dell’impennata di materie prime, costi di trasporto, prezzi industriali seguita alla ripresa post-pandemica e allo scoppio della guerra in Ucraina. “Il Consiglio direttivo”, si legge in una nota della Bce, d’ora in avanti vuole fare in modo che “l’inflazione torni al suo obiettivo del 2% nel medio termine”: in altre parole via al sentiero della politica monetaria restrittiva.. “Lo staff dell’Eurosistema”, continua, “ha rivisto significativamente al rialzo le proprie proiezioni di base sull’inflazione. Queste proiezioni indicano che l’inflazione rimarrà indesideratamente elevata per qualche tempo”.

Le nuove stime della Bce prevedono un’inflazione annua media al 6,8% per l’anno in corso. La traiettoria di rientro dovrebbe iniziare, in quest’ottica, con un netto calo al 3,5% nel 2023 e un assestamento al 2,1% nel 2024, dunque ancora leggermente al di sopra dell’obiettivo target. Per contrastarla con maggior forza l’Olanda e, in seconda fila, la Germania chiedevano immediatamente lo stop agli acquisti e un rialzo dei tassi di 50 punti immediato che, probabilmente, sarà diluito su più mesi. Ma la sostanza non cambierà: torna la narrazione sulla moderazione dell’inflazione, a prescindere dagli impatti su crescita e sviluppo, come stella polare della politica monetaria. Una narrazione già rivelatasi fallace in passato. La questione, oggigiorno, è capire come una politica monetaria più restrittiva potrà convivere con una fase di acuta crisi in cui non è, al contrario di quanto succede negli Usa, il surriscaldamento dell’economia dovuto alla ripresa post-Covid a trainare l’inflazione ma, piuttosto, il decollo dei fattori produttivi che condizionano l’attività economica europea. Il rischio di un testacoda tra rigore monetario e austerità come quello del 2011 si fa sempre meno irrealistico.

 

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